SOMMARIO: 1. Il Vietnam oggi: rinnovamento e continuità. 2. Il Vietnam fra Cina ed Unione Sovietica. 3. La Cambogia e la pacificazione dell'Indocina. 4. Le direttrici della politica estera vietnamita. 5. Lo scenario internazionale del conflitto indocinese. 6. La Cina di fronte al nuovo Vietnam. 7. Lo sfondo storico del conflitto indocinese.
1. Il Vietnam oggi: rinnovamento e continuità.
Il 7 maggio 1994 sono trascorsi quarant'anni dalla sconfitta della Francia a Dien Bien Phu per mano degli uomini del generale Vo Nguyen Giap. Invitato per l'occasione a commentare i risultati economici raggiunti dal Vietnam negli ultimi anni, l'artefice di quella vittoria decisiva per gli esiti della Prima Guerra d'Indocina concludeva: "J'espère que nous remporterons des Dién Bién Phu sur le pian économique pour édifier et défendre notre pays”1 .
Mentre gli obiettivi fondamentali della rivoluzione vietnamita restano la costruzione del socialismo e la difesa della nazione, il nuovo contesto internazionale ha imposto una correzione nella scelta degli strumenti per realizzarli. Il Vietnam oggi pone come priorità assoluta lo sviluppo dell'economia e delle relazioni commerciali con i Paesi dell'Asia orientale che si affacciano sul Pacifico. In questo senso, Hanoi negli ultimi tempi ha stretto rapporti con i Paesi facenti parte dell'ASEAN (Association of South-East Asia Nations), di cui è divenuto osservatore insieme al Laos nel luglio 19922 . Il modello a cui sembra fare riferimento il Vietnam in questi anni è quello della Cina di Deng Xiaoping, dove all'abbandono dell'economia di piano si accompagna la conservazione del quadro politico esistente3 . Posti di fronte ad una situazione economica e sociale di crescente gravità, i dirigenti vietnamiti hanno formulato una nuova strategia globale di riforma delle strutture economiche e sociali del Paese.
A partire dal dicembre 1986 il Paese ha imboccato la strada del doi moi, il "rinnovamento", nuovo corso politico inaugurato dal VI Congresso del Partito Comunista del Vietnam (PCV)4 . Lo sforzo di analisi e di riforma della dirigenza vietnamita si inseriva nel clima di più generale rinnovamento determinato in campo socialista dalla linea politica del nuovo segretario generale del PCUS, Mikhail Gorbaciov5 . Il VI Congresso del PCV precede di pochi giorni il XXVII Congresso del PCUS, svoltosi nel gennaio del 1987. Nel discorso di chiusura di quel Congresso l'allora segretario generale del Comitato centrale del Partito, Nguyen Van Linh, salutava l'Unione Sovietica come "ce rempart de la paix et de la révolution mondiales”6 , e affermava essere "le renforcement de la solidarité et de la coopération intégrale avec l'Union soviétique comme la pierre angulaire de la politique extérieure" del Paese7 .
Il successivo VII Congresso del PCV, svoltosi ad Hanoi nel giugno 1991, doveva prendere atto di una realtà in profondo mutamento. A rivoluzionare il quadro internazionale di riferimento era intervenuto, accanto al dissolvimento dell'URSS ed ai mutamenti politici in Europa orientale - con la perdita per Hanoi dei suoi alleati - l'avvio di una soluzione al problema cambogiano, messa in moto nel settembre 1989 dal ritiro delle truppe vietnamite dal Paese.
2. Il Vietnam fra Cina ed Unione Sovietica.
Come è noto, l'intervento militare in Cambogia del dicembre 1978 aveva condotto il Vietnam all'isolamento internazionale. Questa situazione spinse i dirigenti vietnamiti a rafforzare i legami politici con i Paesi dell'area di influenza sovietica. Il quadro dei rapporti internazionali del Vietnam era aggravato dal persistere della tensione con la Cina, mai sopita dopo aver raggiunto l'acme con la guerra cino-vietnamita del febbraio 1979. La necessità per Hanoi di stabilità politica e la nuova strategia di apertura condussero nell'autunno del 1991 ad una normalizzazione dei rapporti bilaterali con la Repubblica Popolare Cinese.
La distensione delle relazioni con la Cina divenne una preoccupazione costante dei dirigenti vietnamiti a partire dal VI Congresso del PCV, svoltosi nel dicembre 1986. In quella sede, si affermava la disponibilità del Governo e del popolo del Vietnam "à entamer des pourparlers avec la Chine, à n'importe quel moment, à n'importe quel rang et en n'importe quel lieu, pour trouver la solution aux questions touchant le Vietnam et la Chine, pour normaliser les relations et rétablir l'amitié entre les deux pays, dans l'intérét des deux peuples, de la paix en Asie du Sud-Est et dans le monde"8 . Nell'ambito delle celebrazioni del settantesimo anniversario della rivoluzione d'ottobre, l'anno dopo a Mosca, Nguyen Van Linh riprendeva il discorso di Vladivostok, pronunciato da Mikhail Gorbaciov nel luglio 19869 . Con quel discorso riceveva un impulso decisivo il processo di riavvicinamento fra la Cina e l'Unione Sovietica, capitolo centrale di una politica di distensione per tutta l'Asia ed il Pacifico10 . Le aperture diplomatiche di Hanoi verso Pechino si inseriscono nel quadro delle relazioni che intercorrono fra Cina e URSS negli anni 1985-1989. Il segretario generale del PCV moltiplica gli interventi di adesione alle iniziative sovietiche per la pace e la denuclearizzazione in Asia, come la Dichiarazione Indo-sovietica di Nuova Delhi ed il Comunicato congiunto dei partiti comunisti ed operai dei Paesi dell'Asia e del Pacifico del luglio 198711 .
Inaspritosi in seguito all'invasione sovietica dell'Afghanistan nel dicembre 1979, il contrasto cino-sovietico si avviava ad una soluzione verso la metà degli anni '80, in un clima di distensione fra le grandi potenze. Annunciato da uno scambio di visite ufficiali, quelle del vice-primo ministro Ivan Arkhipov nel dicembre 1984 a Pechino e del suo omologo cinese, Yao Yilin, a Mosca nel luglio successivo, il disgelo coincideva con l'offensiva di pace lanciata da Gorbaciov nel luglio 1986 con il già citato discorso di Vladivostok. Il segretario del PCUS annunciava in quella occasione il ritiro di alcune truppe dalla Mongolia e dall'Afghanistan, mentre faceva alcune concessioni sui confini sull'Amur e sull'Ussuri12 . Veniva incontro in questo modo alle richieste cinesi di un alleggerimento della pressione sovietica sulle frontiere nord e nord-orientali, insieme ad un ridimensionamento della presenza in Afghanistan. La firma tra Stati Uniti e Unione Sovietica, nel dicembre 1987, del trattato NFI sull'eliminazione dei missili a breve e media gittata, che comportava lo smantellamento degli SS20 sovietici dislocati sul versante estremo-orientale dell'Unione, contribuiva a rassicurare la Cina e favoriva il dialogo con l'URSS.
3. La Cambogia e la pacificazione dell'Indocina.
Sul tavolo dei negoziati cino-sovietici, avviati a soluzione i primi due dei "tre ostacoli”13 al riavvicinamento, restava la Cambogia. Qui la Cina reclamava il ritiro del Vietnam ed accusava l'Unione Sovietica di aver sostenuto una politica d'aggressione verso la Cambogia dominata dai Khmer rossi. Il Vietnam era presente direttamente nel Paese, attraverso le truppe d'occupazione impegnate a contrastare la guerriglia. La politica vietnamita di appoggio alla Repubblica popolare di Kampuchea del Presidente Heng Samrin riceveva il sostegno di Mosca. La Cina appoggiava la guerriglia dei Khmer rossi, mentre intratteneva rapporti con il principe Sihanouk e sosteneva il ruolo della Thailandia, principale tramite degli aiuti militari alle forze d'opposizione al governo di Phnom Penh. Queste erano composte, oltre che dai Khmer rossi, dalle forze sihanoukiste e dal Fronte di Liberazione nazionale del popolo khmer di Son Sann, sostenuti dalla Thailandia e dagli USA.
Nel marzo 1987 il nodo cambogiano divenne oggetto di colloqui fra il ministro degli Esteri sovietico, Eduard Shevardnadze, ed i suoi interlocutori asiatici durante un viaggio nei Paesi dell'ASEAN. L'iniziativa sovietica - congiuntamente alla volontà della Thailandia di arrivare ad una soluzione negoziata - conduceva ad un primo incontro tra il primo ministro cambogiano Hun Sen ed il principe Sihanouk, a capo della coalizione della resistenza al governo di Phnom Penh, il 4 dicembre 1987 vicino Parigi. Hanoi annunciava quasi contemporaneamente l'intenzione di un ritiro unilaterale delle truppe vietnamite dalla Cambogia entro il 1990, oppure nel settembre 1989 nel quadro di un accordo negoziale. Nuovi incontri si susseguirono nello stesso mese di dicembre e nel gennaio 1988. Pur continuando ad appoggiare i Khmer rossi di Pol Pot e Khieu Samphan, il governo cinese non ostacolava le trattative. Nel luglio 1988 si svolse a Jakarta una prima riunione a carattere informale delle diverse fazioni cambogiane. Sempre in Indonesia ebbe luogo un secondo incontro nel febbraio 1989. Attorno alla questione cambogiana si intrecciava un gioco diplomatico che vedeva coinvolti, oltre al governo filo-vietnamita di Phnom Penh e alle fazioni della guerriglia, i governi di Hanoi, Pechino e Mosca, accanto agli altri Paesi dell'ASEAN (in particolare l'Indonesia) ed alla Francia.
Non si vogliono ripercorrere qui le complesse vicende che hanno condotto alla Conferenza di Parigi sulla Cambogia del luglio-agosto 1989 ed in seguito all'accordo di pace del 23 ottobre 1991, fino all'intervento delle Nazioni Unite (UNTAC) ed alle elezioni sotto l'egida dell'ONU nel maggio 199314 . La soluzione del nodo cambogiano non può d'altro canto essere ricondotta interamente al processo di distensione fra Cina ed Unione Sovietica, che anzi vede il suo culmine nel vertice di Pechino fra Mikhail Gorbaciov e Deng Xiaoping del 16-17 maggio 1989, data in cui l'annunciato ritiro delle forze militari vietnamite dalla Cambogia non è stato ancora realizzato. Oltre che per Hanoi, le speranze (e gli ostacoli) di una pacificazione della Cambogia passano ancora, come in passato, per Bangkok, dietro cui si intravedono Washington e Pechino15 . La distensione cino-sovietica e sovieto-americana prima, ed il crollo dell'URSS poi, hanno condotto la Cina a sviluppare con un accresciuto spazio di manovra la sua politica nel Sud-Est asiatico, dove ha stretto i rapporti con la Thailandia ed il resto dell'ASEAN in chiave antivietnamita. La questione della pace in Cambogia resta pertanto legata all'intensità dell'appoggio cinese alla guerriglia dei Khmer rossi, oggi che i Vietnamiti sono partiti dalla Cambogia, pur senza negare il sostegno politico al partito filovietnamita di Hun Sen.
4. Le direttrici della politica estera vietnamita.
La ripresa di relazioni fra il Vietnam e la Cina, se veniva favorita dalla distensione fra Cina e URSS, appariva in buona parte il frutto della volontà del Vietnam di uscire dall'isolamento politico e dall'impasse militare in Cambogia. Costi politici e costi economici che mal si conciliavano con l'esigenza di dare impulso all'economia del Paese. La necessità della pace in tutta la penisola indocinese - attraverso la soluzione della questione khmer – è stata sollevata con insistenza dai dirigenti vietnamiti fin dal 198516 . Essa è divenuta la chiave di volta della politica di rinnovamento annunciata l'anno successivo dal VI Congresso del PCV. Nguyen Van Linh, segretario generale del Partito dal giugno 1986 al giugno 1991, ha enunciato a più riprese la volontà del Vietnam di arrivare ad una soluzione globale dei problemi indocinesi, considerando Vietnam, Laos e Cambogia come partecipi di un destino comune. Nel già citato discorso pronunciato a Mosca nel novembre del 1987, egli affermava: "La victoire de la révolution au Vietnam, au Laos, au Kampuchéa et la défaite des Etats-Unis en Indochine ont créé une nouvelle situation au Sud-Est asiatique. Après 40 années de guerres régionales prolongées, les peuples d'Asie et du Pacifique ont un besoin pressant de la paix pour pouvoir développer leur économie..."17 .
Per Hanoi appaiono fondamentali due condizioni alla pacificazione:
1) l'allargamento ed il rafforzamento delle "relazioni speciali" fra Vietnam, Laos e Cambogia, sulla base del rispetto reciproco della indipendenza e sovranità di ciascun Paese, di una cooperazione integrale e mutua assistenza nell'edificazione e difesa della patria18 ;
2) La normalizzazione delle relazioni con la Cina, attraverso negoziati che risolvano i problemi aperti fra i due Paesi, in uno spirito di uguaglianza, rispetto reciproco, garanzia per l'indipendenza e sovranità rispettive19 .
Nel primo dei due punti possiamo individuare una delle costanti della politica estera del Vietnam dall'unificazione del Paese nell'aprile del 1975 in poi. Poco dopo la costituzione nel luglio 1976 della Repubblica socialista del Viet Nam, il ministro degli Affari Esteri, Nguyen Duy Trinh, enunciava il 5 luglio 1976 i quattro principi fondamentali su cui il Vietnam intendeva stabilire e sviluppare relazioni d'amicizia con i propri vicini nel Sud-Est asiatico20 : al primo posto compariva il rispetto dell'indipendenza, della sovranità ed integrità territoriale di ciascun Paese. In secondo luogo, si invitavano i Paesi vicini a non permettere ad altri Paesi stranieri di servirsi del proprio territorio come base d'aggressione o di ingerenza diretta o indiretta nella regione21 . Il terzo ed il quarto punto vertevano sulla necessità di instaurare relazioni di buon vicinato in uno spirito di amicizia e di cooperazione economica e culturale. Un aspetto importante delle dichiarazioni del ministro vietnamita era rappresentato dalla volontà espressa da Hanoi di voler risolvere i contenziosi fra Paesi vicini per via di negoziati, sulla base della comprensione e del rispetto reciproci. L'imperativo della completa liberazione del Paese dall'influenza degli Stati Uniti lasciava spazio ora alla necessità strategica di consolidare la posizione di Hanoi nella regione.
Il Vietnam cercava dunque nel 1976 di creare le condizioni di una pace stabile in Asia sud-orientale. Questa avrebbe favorito la concessione da parte dei Paesi occidentali degli aiuti economici indispensabili alla ricostruzione. Il richiamo alla politica d'aggressione e di ingerenza negli affari interni investiva il campo dei rapporti con Laos e Cambogia e di questi con la Cina e la Thailandia. Con il Laos esisteva un rapporto di fiducia e di collaborazione sorto durante la guerra contro gli Stati Uniti. Una serie di trattati stipulati dopo il 1975 dai due Paesi poneva il Laos in una posizione di dipendenza dal Vietnam, che ne controllava la politica verso Cina e Thailandia. II 12 febbraio 1976 veniva firmata ad Hanoi una dichiarazione congiunta nella quale si sottolineava il desiderio comune ai due Paesi di costituire in Indocina una rete di amicizia e cooperazione che comprendesse anche la Cambogia22 . Il ruolo ricoperto dal Vietnam di garante della sicurezza del Laos - anche attraverso lo stazionamento di truppe vietnamite nel Paese - veniva sancito da nuovi accordi il 18 luglio 1977 a Vientiane23 .
Nei confronti della Cambogia, il Vietnam tentò una politica analoga, ma senza successo. Esiste una sincronia inquietante fra la presa del potere del gruppo di Pol Pot e Ieng Sary a Phnom Penh, il 17 aprile del 1975, e la conquista di Saigon da parte dell'esercito nord-vietnamita, compiuta appena due settimane dopo, il 30 aprile. L'instaurarsi alle proprie frontiere occidentali di un regime comunista di osservanza maoista e sostenuto dai cinesi poneva immediatamente al Vietnam la questione dei rapporti con la Cina popolare. L'aggressività mostrata già nel mese di maggio 1975 dai Khmer rossi, con l'attacco e la conquista di alcune isole del Golfo di Thailandia occupate dai Vietnamiti e rivendicate dalla Cambogia24 , non dava adito alle speranze di coesistenza pacifica nutrite ad Hanoi.
Come si è già accennato, la questione dei rapporti fra la neonata "Kampuchea democratica" e la Repubblica socialista del Viet Nam rimanda al plesso delle relazioni cino-vietnamite. Queste erano nella primavera del 1975 fortemente condizionate dal contrasto fra Cina ed Unione sovietica. Gli eventi successivi non faranno che acuire una situazione già tesa, polarizzando le posizioni e restringendo progressivamente i margini per soluzioni negoziali ai numerosi contenziosi sollevati dalle parti. La pace in Indocina restava indissolubilmente legata al ruolo giocatovi dalla Cina.
5. Lo scenario internazionale del conflitto indocinese.
Lo scoppio della "Terza Guerra d'Indocina"25 ed i suoi preparativi immediati offrono un quadro di straordinaria complessità per il numero di fattori politici, diplomatici e storici di cui esso è composto. Lo sviluppo degli avvenimenti esige un'analisi che tenga conto di questa complessità per evitare facili semplificazioni e riduzioni ad un'unica chiave di lettura. Qui vorremmo descrivere rapidamente il quadro delle relazioni politico-diplomatiche in cui nasce e si evolve il conflitto indocinese, attraverso l'analisi dei fattori fondamentali che caratterizzano quello che si può definire l'asse portante di quel conflitto: il rapido deteriorarsi, sotto la spinta di ragioni ideologiche e strategiche, dei rapporti fra Cina e Vietnam26 .
Com'è noto, il conflitto nelle sue fasi iniziali e decisive coinvolse Vietnam e Cambogia (maggio 1975-dicembre 1978) e Cina e Vietnam (febbraio-marzo 1979). La tensione fra Vietnam e Cambogia aveva condotto le due parti a compiere azioni militari sui confini e nelle acque territoriali contese. Nel mese di gennaio 1978 si giunse alla rottura delle relazioni diplomatiche fra i due Paesi. Nei mesi successivi la situazione generale si aggravò per le polemiche scoppiate fra Cina e Vietnam sulla questione della minoranza cinese in Vietnam. Dovuta in parte ad alcune misure di natura economica adottate dal governo vietnamita e che colpivano gli interessi della comunità cinese, in parte all'adozione di una politica discriminatoria nei confronti di quella comunità, la successiva evacuazione di massa dei Cinesi dal Vietnam accellerò ed aggravò la crisi già esistente fra Cina e Vietnam. In un clima di crescente tensione e di mobilitazione bellica, si giunse nel novembre 1978 alla firma del trattato di amicizia fra Unione Sovietica e Vietnam e nel mese successivo all'intervento dell'esercito vietnamita in Cambogia. Nel mese di febbraio 1979 la Cina rispose all'attacco vietnamita in Cambogia con un'offensiva lanciata lungo le frontiere con il Vietnam e terminata nel mese di marzo27 .
Lo scenario dei rapporti fra le grandi potenze era caratterizzato attorno al 1975 dalla contrapposizione fra Stati Uniti ed Unione Sovietica, a cui facevano da corollario l'alleanza cino-americana e la rivalità fra Cina e URSS. La polemica cinese contro l"'egemonismo" sovietico raggiungeva in quegli anni il suo acme, provocando un irrigidimento degli schieramenti e costringendo il Vietnam ad una scelta di campo indesiderata28 . Se durante la guerra contro gli Stati Uniti aveva potuto approfittare della concorrenza cino-sovietica per ottenere il sostegno economico e militare delle due parti, negli anni 1975-1978 Hanoi vide diminuire progressivamente gli spazi per una politica di non allineamento e di equidistanza dalle due potenze socialiste. È necessario sottolineare, infatti, come l'alleanza con l'Unione Sovietica sia stata considerata dal Vietnam il "male minore" di fronte all'alternativa rappresentata da un appiattimento sulle posizioni cinesi. Una visione dicotomica e semplificata del conflitto cino-vietnamita attribuisce al Vietnam una posizione filo-sovietica che nei fatti esso assunse pienamente solo nel 1978, divenendo nel mese di giugno membro ufficiale del COMECON e stipulando in novembre una alleanza strategica con l'URSS che comportava la concessione di aiuti militari29 . Al IV Congresso del PCV, tenutosi nel dicembre del 1976, i Sovietici erano rappresentati da una delegazione guidata da Suslov, l'ideologo del PCUS, mentre la Cina Popolare inviava soltanto un telegramma del presidente del PCC, Hua Guofeng30 . L'assenza della Cina nel momento in cui il Vietnam celebrava la sua vittoria sugli Americani e la riunificazione del Nord al Sud illustra in modo efficace quale fossato si stesse creando fra i due Paesi.
La virata compiuta da Hanoi fra il 1976 ed il 1978 verso il campo sovietico fu accompagnata dal tentativo di annodare relazioni con l'Occidente ed in particolare con gli Stati Uniti. A partire dal 1975 il Vietnam divenne membro del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e della Banca asiatica di sviluppo (ADB)31 . La ricerca della normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti fu frustrata dal veto del Congresso americano a qualsiasi forma di aiuto o credito al Vietnam, colpevole di aver violato gli accordi di Parigi con la presa di Saigon. La Repubblica Socialista del Vietnam entrò comunque a far parte dell'ONU il 20 settembre 1977, ed il 14 ottobre successivo l'Assemblea generale invitò gli Stati membri a contribuire alla ricostruzione del Paese. Se nel 1978 il Vietnam abbandonò la richiesta di riparazioni di guerra avanzata agli Stati Uniti, questa decisione non bastò ad ammorbidire la posizione americana, rimasta sostanzialmente invariata sino al 3 febbraio 1993, data in cui il presidente Clinton ha annunciato la fine dell'embargo USA verso il Vietnam.
Gli avvenimenti e le scelte rievocati sono forse sufficienti a chiarire come dopo il 1975 il Vietnam fosse pronto ad aprirsi ad Occidente e scarsamente incline ad un'alleanza a senso unico con il blocco sovietico. Ciò che impedì al Vietnam di costruire una politica estera di più ampio raggio, che favorisse il consolidamento della vittoria garantendo i crediti necessari allo sviluppo economico, furono la rigidità della posizione statunitense e la volontà cinese di indebolire il nuovo Stato vietnamita.
6. La Cina di fronte al nuovo Vietnam.
La nascita alle sue frontiere meridionali di un Vietnam forte e riunificato, geloso della sua indipendenza e potenzialmente in grado di ricoprire un ruolo egemone nella penisola indocinese, destava nella Cina riflessi nazionalistici e preoccupazioni di tipo strategico. Era stata proprio la "dottrina Nixon" di disimpegno dal Vietnam, enunciata nel luglio 1969, a suscitare nei dirigenti cinesi il timore di un allargamento della sfera d'influenza sovietica nel Sud-Est asiatico. Isolata diplomaticamente e debole militarmente, la Cina aveva scelto di avvicinarsi agli Stati Uniti, superpotenza percepita come "declinante", nel timore che l'URSS, superpotenza in ascesa, potesse risultare in breve tempo l'unica potenza "egemone". La "dottrina Breznev" ventilava nel giugno 1969 l'ipotesi della formazione di un sistema di sicurezza collettivo in Asia patrocinato dai Sovietici, tanto da far paventare a Pechino una minaccia militare sovietica che dalle frontiere nord e nord-occidentali (nel marzo e agosto 1969 vi erano stati gli incidenti militari sull'Ussuri e alla frontiera del Sinkiang) avrebbe potuto facilmente estendersi a quelle meridionali32 .
Il processo di apertura al campo occidentale, avviato per iniziativa dello stesso Mao Zedong, portava alla Cina il riconoscimento da parte degli Stati Uniti nel 1971 e la rottura dell'isolamento internazionale con l'ingresso nelle Nazioni Unite. Dopo la visita del presidente Nixon a Pechino, nel febbraio 1972, il fossato che separava Cina ed Unione Sovietica veniva allargato in modo decisivo dal X Congresso del PCC, dove Zhou Enlai, nell'agosto 1973, condannava il "social-imperialismo" sovietico e definiva l'URSS il nemico principale della Cina Popolare33 .
La conquista nord-vietnamita di Saigon nell'aprile 1975 non suscitava dunque entusiasmo a Pechino. L'esercito rivoluzionario, forte di uomini, entrava in possesso del ricco arsenale sud-vietnamita, disponendo in questo modo di un notevole potenziale bellico. Il sospetto che da parte sovietica si volesse fare del Vietnam l'avamposto sud-orientale del proprio dispositivo strategico veniva suffragato dall'arrivo ad Hanoi, in maggio, di una delegazione militare sovietica. Da parte cinese veniva denunciato immediatamente il tentativo di Mosca di ottenere dai Vietnamiti la disponibilità delle basi navali ed aeree di Cam Ranh e Da Nang, abbandonate dagli Americani34 . Se pressioni ci furono, va ugualmente sottolineato come Hanoi vi abbia resistito per quattro anni, prima di cedervi sotto l'accresciuta minaccia militare cinese.
Sottoposto alle richieste di un maggior coinvolgimento nel sistema sovietico, il Vietnam riceveva nel contempo da Pechino sollecitazioni sempre maggiori a raggiungere il campo opposto. Pur mantenendo un atteggiamento equidistante, i dirigenti vietnamiti non facevano mistero di non condividere la linea filo-statunitense intrapresa dai Cinesi, mentre riconoscevano all'URSS il merito di aver sostenuto la lotta del Vietnam per l'indipendenza dall'imperialismo americano. Un fattore decisivo nelle scelte politiche di Hanoi fu determinato dalla cessazione degli aiuti economici che precedentemente la Cina aveva assicurato al Vietnam in guerra. In assenza di aiuti provenienti dai Paesi occidentali o filo-americani, il Vietnam si volse necessariamente verso l'Unione Sovietica.
7. Lo sfondo storico del conflitto indocinese.
Le relazioni cino-vietnamite subirono dunque un processo di deterioramento sotto la spinta di fattori politici e strategici che avevano dimensioni mondiali. Contestualmente, il rapporto fra Cinesi e Vietnamiti poggiava su un terreno storicamente accidentato. Il costituirsi nella penisola indocinese di uno Stato vietnamita unitario e diretto da una leadership che si rafforzava all'interno rappresentava un pericolo che la Cina nel corso dei secoli aveva costantemente avvertito. L'irritazione provata a Pechino dalla vittoria vietnamita nel Sud deve essere pertanto ricondotta alla tradizionale politica cinese nei confronti del Vietnam35 .
Provincia cinese fino al X secolo, in seguito Stato tributario dell'impero cinese, il Vietnam pre-coloniale aveva dimostrato nel corso dei secoli XVII-XIX di saper perseguire una politica indipendente nelle questioni regionali. Pur conservando i legami con la Cina, il Vietnam aveva imposto la propria sovranità sui regni laotiani e birmani, contendendo al Siam il dominio diretto o indiretto del regno di Cambogia. L'esperienza storica dell'impero dei Nguyen, sotto il quale lo Stato vietnamita aveva portato a termine la "Marcia verso il Sud" (Nam Tien) conquistando il delta del Mekong ed unificando nel 1802 l'intero Paese, insegnava ai Cinesi come l'emergere di uno Stato potente nel Vietnam comportasse il distacco di questo dall'orbita della Cina e costituisse una minaccia ai propri interessi nella penisola indocinese.
Le relazioni fra Cina e Vietnam nel periodo preso in esame acquistano uno spessore ed una profondità quando vengano analizzate sullo sfondo storico dei contatti culturali e politici intercorsi fra la civiltà e lo Stato cinesi e la civiltà vietnamita. In termini generali, il Vietnam appartiene all'area di diffusione della civiltà cinese: nel plurisecolare confronto e scambio con essa la civiltà vietnamita ne ha assimilato forme istituzionali e valori etici e religiosi. La prossimità geografica e culturale con la Cina hanno fatto del Vietnam il Paese indubbiamente più sinizzato in Estremo Oriente, più della Corea o del Giappone. Questo dato di fondo non deve però essere enfatizzato, a costo di perdere di vista i tratti fondamentali dello sviluppo storico della civiltà vietnamita. Come già avvertiva Enrica Collotti Pischel, presentando l'edizione italiana della storia del Vietnam pre-coloniale di Le Thanh Khoi, "Da tutta la storia del Viet Nam emerge un dato fondamentale: che il Viet Nam non è Cina, non è una parte della Cina, non è una provincia della Cina..."36 . La civiltà vietnamita si è sviluppata attraverso un lungo processo che potremmo definire di mitridatizzazione dall'influenza cinese. Assimilando e rielaborando (per alcuni versi perfezionando) forme e caratteri della cultura materiale e spirituale degli Han, i Vietnamiti del delta del Fiume rosso acquisirono gli strumenti adatti a contrastarne la tendenza all'assorbimento e alla fusione.
Nella coscienza nazionale dei Vietnamiti appare ben radicata la nozione della propria specificità in rapporto al vicino del Nord, seppure in un quadro di identità culturale profonda. La storiografia vietnamita dentro e fuori dal Vietnam ha elevato la lotta contro la Cina "al rango di mito fondatore della nazione"37 . I temi che essa ha affrontato con maggiore slancio riconducono tutti al rapporto con la Cina, nello sforzo costante di mettere in risalto le tradizioni di resistenza alle invasioni cinesi, o l'antichità ed originalità della cultura vietnamita e della propria costituzione in Stato organizzato anteriormente al lungo periodo di soggezione all'impero cinese. La storia del Vietnam scritta da Nguyen Khac Vien38 , ad esempio, si diffonde su "La lunga marcia verso l'indipendenza" dalla Cina che il popolo vietnamita condusse dal 111 a. C., quando la dinastia Han conquistò il regno di Nam Viet, sino alla battaglia di Bach Dang, che segnò nel 938 d. C. il definitivo affrancamento del Vietnam (allora esteso solo a Nord) dal dominio imperiale cinese. La nascita di una civiltà vietnamita dai caratteri originali nel delta del Fiume rosso, risalente al Paleolitico inferiore - attorno alle culture di Hoa-binh, di Phung-nguyen e di Dong-son ed ai regni di Van Lang e di Au Lac -costituisce uno dei temi decisivi dell'indagine condotta da Le Thanh Khoi sulla storia del Vietnam fino all'arrivo dei Francesi39 .
Istintivamente rapportabile all'età contemporanea ed alla storia che qui ci interessa, è la storiografia sul tema della resistenza patriottica alle invasioni cinesi. Queste furono ricorrenti dal X secolo in poi, quando data l'indipendenza dello Stato vietnamita, sferrate da ogni nuova dinastia allo scopo di sottomettere nuovamente o indebolire il ribelle vassallo40 . Politicamente impegnata ed organica al potere, la storiografia vietnamita non manca di celebrare i suoi eroi nazionali, ciascuno dei quali è legato a momenti diversi della lotta per l'indipendenza dalla Cina. Dalle sorelle Trung (Trung Trac e Trung Nhi) in rivolta nel 40-43 d. C. contro gli Han, a Ngo Quyen, artefice del distacco dall'impero cinese (938), fino a Ly Thuong Met (guerra contro i Song nel 1075-1077), Trang Hung Dao (resistenza all'invasione mongola nel 1284-1285), Le Loi (rivolta contro i Ming nel 1418) e Quang Trung (guerra contro i Qing nel 1789), la storia vietnamita si snoda lungo una teoria di invasioni e periodi di soggezione alla Cina ai quali seguiva la riconquista dell'indipendenza nazionale41 . Come non leggervi la storia degli ultimi cinquant'anni e, ancor più, la resistenza all'aggressione cinese del 1979? Segno di una preoccupazione sempre viva, la rivista vietnamita "Nghien Cuu Lich Su" ("Rivista storica") ha pubblicato un numero speciale in occasione del 700° anniversario della battaglia di Bach Dang, riportata sui Mongoli nel 128842 . Altri studi hanno approfondito la figura di Nguyen Trai, letterato riformatore che accanto a Le Loi viene celebrato per la vittoriosa resistenza alla dominazione cinese dei Ming.
Ben inserito nella rete di rapporti che intercorrono fra i Paesi del Sud-Est asiatico, il Vietnam non si esaurisce nel confronto con la Cina. Storicamente esso aveva però mutuato dalla Cina le premesse ideologiche e le modalità con cui lo stesso impero cinese concepiva se stesso e le sue relazioni con il mondo esterno43 . Il Vietnam imperiale agiva nello spazio sud-orientale in virtù di una ben precisa rappresentazione di questo spazio e della propria posizione in esso. Come già si è accennato, sotto la dinastia dei Nguyen (1802-1945) il Vietnam aveva completato la conquista del delta del Mekong, dando al Paese la sua fisionomia attuale. Era giunta a termine la plurisecolare "Marcia verso il Sud" (Nam Tien), che dal Nord (Bac Bo, corrispondente al delta del Fiume rosso) aveva condotto durante nove secoli lo Stato vietnamita ad estendere la sua giurisdizione al centro del Paese (Trung Bo) e successivamente al Sud (Nam Bo). Dopo quasi due secoli di divisione del Paese, inoltre, il Vietnam veniva riunificato per opera di Nguyen Anh, primo imperatore della dinastia dei Nguyen con il nome di Gia Long (1802-1820)44 . Sotto il secondo imperatore Nguyen, Minh Mang (1820-1841), il Vietnam estendeva la propria sovranità alla Cambogia, alla quale aveva lentamente sottratto le terre del delta.
Attorno alla metà del XIX secolo il Vietnam imperiale emergeva dunque come potenza regionale. Alla politica di espansione nella penisola indocinese si accompagnava il rafforzamento dello Stato all'interno del Paese, ottenuto attraverso l'applicazione rigida delle forme istituzionali cinesi e dell'etica confuciana nella conduzione del governo. Nei confronti degli altri Stati sud-orientali (o dei Paesi europei), l'impero vietnamita definiva se stesso "Impero del Centro" (Trung quoc), analogamente alla Cina. Il sovrano vietnamita veniva proclamato "Figlio del Cielo" (thien tu) e "Imperatore" (Hoang de) della "Dinastia del Sud" (Nam Trieu), mentre l'imperatore cinese lo era della "Dinastia del Nord" (Bac Trieu)45 . L'adozione da parte della Corte di Hue di tale terminologia nelle proprie relazioni diplomatiche esprime con chiarezza quella dinamica interna ai rapporti fra Cina e Vietnam a cui si era accennato precedentemente: nel momento stesso in cui aderiva profondamente alla cultura ed alla ideologia cinesi, il Vietnam ne faceva strumento di emancipazione dalla tutela dello Stato cinese. D'altra parte, va considerato come la dinastia dei Nguyen non abbia mai posto in discussione il rapporto di subordinazione all'imperatore cinese, al quale inviava regolarmente il tributo del vassallo al suo signore. A questo proposito, è interessante notare che nella terminologia del tempo le relazioni con la Cina venivano qualificate con l'espressione bang giao ("relazioni equivalenti"), a significare una presunta parità fra i due Stati; in realtà, il termine era di esclusivo uso interno od estraneo alle relazioni con la Cina: mentre negli editti reali o nella corrispondenza diplomatica con altri Paesi il sovrano vietnamita si fregiava del titolo di "Grande Imperatore del Grande Stato del Sud" (Dai nam quoc dai hoang de), nei confronti dell'imperatore di Pechino il monarca vietnamita era più umilmente il Viet nam quoc vuong, il Re del Vietnam46 .
Su questo sostrato storico - qui solamente accennato - posavano le relazioni fra Hanoi e Pechino. L'abbandono di uno spessore ideologico nella politica estera cinese facilitava l'emersione di calcoli e considerazioni di tipo nazionalistico, particolarmente pregnanti nel caso del Vietnam. Su queste considerazioni di carattere geopolitico si basava la scelta, effettuata dalla Cina negli anni 1968-1973, di contrastare la potenza in ascesa dei comunisti vietnamiti contrapponendo loro all'interno della resistenza cambogiana - ed in prospettiva in Indocina - il movimento dei Khmer rossi filocinesi47 . La progressiva emarginazione della corrente filo-vietnamita della resistenza cambogiana si era accompagnata dal 1968 all'emergere del contrasto fra Khmer rossi e comunisti vietnamiti. Tale contrasto aveva assunto un rilievo ideologico e politico con l'adesione del gruppo di Pol Pot alle istanze della rivoluzione culturale cinese ed alla denuncia cinese del "revisionismo" sovietico. Pur condividendo la lotta contro l'aggressione americana in Indocina, i due movimenti erano divisi dagli obiettivi che rispettivamente si ponevano. Il calcolo cinese si basava infatti sulla forte connotazione nazionalistica del movimento di Pol Pot, imbevuto di una lettura storica del passato cambogiano che non dava adito a dubbi sull'atteggiamento che questo avrebbe tenuto verso i Vietnamiti. Nelle analisi che della rivoluzione khmer hanno condotto autori diversi, emerge l'interrogativo sulla natura del movimento di Pol Pot, sul livello di coerenza ideologica espressa in rapporto al suo definirsi marxista-leninista o maoista48 ; in altre parole, su quali fattori abbiano contribuito maggiormente all'elaborazione del suo pensiero politico: ciò che la storia dei rapporti con i Vietnamiti prima e dopo il 1975 documenta con più evidenza è il suo volto nazionalista e razzista, dove considerazioni di tipo etnico-culturale e rivendicazioni territoriali hanno costantemente prevalso sulla pretesa solidarietà anti-imperialista. Anche nel rapporto fra Cambogiani e Vietnamiti il passato dettava comportamenti e scelte del presente.
Appoggiando i Khmer rossi con un piano di assistenza economica e militare a fondo perduto49 , la Cina rispondeva all'offensiva diplomatica del Vietnam, tesa a riaffermare le "relazioni speciali" con il Laos ed a respingere le provocazioni cambogiane alle frontiere e nel Golfo di Thailandia50 . Nelle manifestazioni di aggressività verbale e bellica dei Khmer rossi - sempre più frequenti dopo il 1975 - va ravvisata l'espressione concreta di quella rilettura della storia cambogiana a cui si è precedentemente accennato51 . Nella ricerca di "valori autoctoni"52 sui quali fondare il proprio programma rivoluzionario, il gruppo di intellettuali nazionalisti cambogiani che si era stretto attorno alla figura di Pol Pot attingeva alla tradizione imperiale khmer, rivendicando nei confronti del Vietnam il possesso della Kambuja krom (Cambogia meridionale), l'attuale delta del Mekong, che il Vietnam imperiale aveva progressivamente annesso ai suoi domini a partire dal XVII secolo. I dirigenti cambogiani si atteggiavano a depositari dei valori costitutivi della nazione khmer, da essi identificati nel glorioso passato dell'impero d'Angkor (secoli IX-XV): rivendicavano perciò nei confronti dei Vietnamiti - ravvisando nei dirigenti della RSV gli epigoni della politica espansionistica che era stata propria dell'impero dei Nguyen - quei territori che per secoli avevano costituito parte integrante dei possedimenti dei sovrani khmer. La presenza, inoltre, di una folta ma dispersa minoranza di khmer krom nelle regioni del delta del Mekong forniva argomenti alla polemica irredentista dei nazionalisti cambogiani53 . Antichi e mai sopiti rancori - su cui soffiava di continuo un'efficace propaganda - affondavano le radici nel passato di umiliazione ed espropriazione culturale connesse al periodo di dominio diretto sulla Cambogia (1835-1846) esercitato dagli imperatori Nguyen54 . La profonda diversità delle rispettive tradizioni culturali e religiose, per la quale la frontiera khmero-vietnamita può essere giustamente definita "uno dei grandi confini dell'umanità"55 , ha ugualmente costituito per i Khmer rossi un motivo di esaltazione nazionalistica del proprio patrimonio culturale, salvo poi negare nella prassi rivoluzionaria ogni espressione libera di quei valori, fino all'eliminazione fisica di quanti ne erano portatori56 .
MONDO CINESE N. 87, SETTEMBRE-DICEMBRE 1994
