SOMMARIO: 1. L’attribuzione di un merito. 2. Le fonti. 3. I commentari: genesi e sviluppo. 4. Le derivazioni dal Cadetti. 5. La lettera del Pantoja e le sue conseguenze. 6. Conclusioni.
1. L'attribuzione di un merito
Si è creduto impropriamente che Matteo Ricci, considerato a ragione il fondatore delle moderne missioni cattoliche in Cina, fosse stato il primo a divulgare in Europa notizie riguardanti il Celeste Impero1 .
Ad avallare tale opinione contribuì in modo decisivo Padre P. M. D'Elia S.I. che, ripubblicando nel 1942 il manoscritto attribuito al Ricci2 con il titolo
Storia dell'Introduzione del Cristianesimo in Cina, corredato di note e riferimenti bibliografici, si propose a buon diritto in ambito internazionale quale uno dei maggiori e più autorevoli studiosi di Matteo Ricci.
L’interesse suscitato dal ritrovamento del manoscritto da parte del Padre P. Tacchi Venturi S.I. in un primo momento, e l'erudizione che trasudava dalle note e dai commenti del D'Elia successivamente, fecero passare in secondo piano opere riguardanti la Cina, conosciute in Europa addirittura qualche anno prima della nascita del Ricci e pubblicate quando questi era poco più che un fanciullo. Per queste opere si era perso parecchio interesse poiché si dava per scontato che le notizie riguardanti l'Impero di Mezzo contenute nel manoscritto in questione fossero assolutamente originali e di prima mano, così come ci è riferito dal P. Pietro Mezzetti3 . Si ratificava, in altre parole, una priorità che non aveva riscontro4 .
2. Le fonti
In Occidente le prime notizie documentate sulla Cina risalgono a fonti sanscrite, risalenti all'incirca intorno al 300 a. C., per continuare poi con Eratostene, Tolomeo ecc. fino ad arrivare ai portoghesi5 di epoca moderna.
Per quanto riguarda i lavori cartografici, sembra che il primo Mappamondo raffigurante anche la Cina sia stato quello di Diego Ribero, risalente al 1529, stampato a Siviglia e conservato nella Biblioteca Vaticana6 . Nonostante tutto, però, le prime notizie stampate in Europa sul Regno della Cina risalivano al 1550-1555, eccezion fatta per la
Cosmographia Universalis di Sebastiano Munster stampata a Basilea nel 1544.
Lo spagnolo Carlos Sanz, nell'introduzione alla Primera Historia de China di Bernardino de Escalante, edita a Siviglia nel 1577, che commenta e ripubblica a Madrid nel 1958, sostiene che a differenza di quanto si è sempre creduto non furono i portoghesi a scoprire per primi il Regno della Cina, bensì gli spagnoli. Nell'affermare questo egli si fonda sul significato di "scoprire", inteso nel senso di "dare forma a ciò che era sconosciuto", in quanto l'Europa "scoprì" la Cina grazie alle pubblicazioni fatte in lingua castigliana7 .
In seguito all'impulso missionario della Compagnia di Gesù, le lettere dei Gesuiti operanti in Estremo Oriente venivano tradotte immediatamente in spagnolo, onde facilitarne la lettura ai confratelli sparsi in tutto il mondo.
Ciò premesso, resta da stabilire in termini cronologici quale fu la prima opera stampata in Europa riguardante l'Impero della Cina. Per il Sanz, la prima relazione in tal senso pubblicata in Europa (distinguendo doverosamente il Regno della Cina inteso come le coste scoperte dai portoghesi dal
Cataio di Marco Polo) fu la Historia de las cosas de Ethiopia di Francisco Alvarez, pubblicata a Coimbra nel 1555, e stampata in castigliano per facilitarne la lettura ai PP. Gesuiti disseminati nel mondo, e riprodotta a Saragozza nel 15618 .
Ma già l'italiano Andrea Corsali, nel 1515, scriveva una lettera da Cocin indirizzata a Giuliano de Medici, riguardante alcune notizie sulla Cina e pubblicata nei
Viaggi e peregrinationi del Ramusio nel 15509 . A livello di notizie sparse e frammentarie, nel 1555 veniva pubblicata a Coimbra la
Relaçāo di Mendes Pinto, seguita dal volume Asia, Decade III, di João de Barros, considerato il primo storico moderno sulla Cina, opera stampata a Lisbona nel 1563. Sempre nel 1555, il P. Melchior Nuñez Barreto S.I., provinciale della Compagnia di Gesù, trovandosi a Macao inviava una lettera ai confratelli europei con dettagliate notizie sulla Cina, lettera che veniva pubblicata in Venezia nel 1558, in
Diversi avvisi particolari dall'Indie di Portogallo ricevuti dall'anno 1551 fino al
1558. Nel 1556, il domenicano Gaspar da Cruz risiedette per un mese a Canton, scrivendo una relazione sulla Cina pubblicata nel 1569 con il titolo
Tractado em que se contam muito por estenso as cousas da China com suas particularidades... por el R. Padre Frey Gaspar da Cruz da Ordem de San Domingos...
Dal 1562 al 1565 tra Canton e Macao si erano alternati i PP. Del Monte, Frois, Perez, Texeira, de Escobar ecc. e tutti avevano inviato notizie più o meno frammentarie sul Regno della Cina.
Come si può ben notare, relazioni sulla Cina circolavano abbondantemente in Europa quando ancora Matteo Ricci era poco più che un fanciullo, e possiamo dire che tra il 1565 e il 1570, cioè quando questi aveva un'età compresa tra i 13 e i 18 anni, qualsiasi erudito europeo poteva scrivere una relazione sulla Cina o sull'Estremo Oriente in senso lato, senza avervi mai messo piede. E questo è il caso del già citato sopra chierico spagnolo Bernardino de Escalante10 .
3. I comrnentari: genesi e sviluppo
Per quanto riguarda il Ricci, le informazioni a carattere storico sulla Cina si trovano prevalentemente contenute nel Libro Primo dei commentari.
Alla luce di quanto esposto sopra, si pone il problema di determinare se le informazioni in esso contenute provengono da fonti di prima mano (o almeno da fonti alle quali solo il Ricci poteva attingere), o se invece si ritrovano in altre opere alle quali chiunque poteva avere accesso e quindi scrivere in materia.
Il dubbio è più che legittimo, in quanto nelle prime pagine dei commentari troviamo scritto:
"perciochè è tanto distinta e piena questa terra di fiumi che, quasi per ogni parte, si può andare per camino di acqua, parte per fiumi naturali, parte per altri canali fatti per opera et industria humana. E da qui avviene l'incredibile moltitudine di barche che vi sono nella Cina per il loro trafico e viaggi, che fece dire, a uno de' nostri scrittori, che tanta gente in essa stava sopre l'acqua come sopre terra; il che sebene non è vero, non di meno è cosa che può parer vera a quei che solo fanno viaggio per i loro fiumi"11 .
Il primo punto che si deve esaminare è quello di cercare di capire chi poteva essere questo "uno de' nostri scrittori".
Il D'Elia afferma di non essere riuscito a trovare traccia di ciò né in Marco Polo né negli scrittori francescani che furono presenti in Cina in epoca Yuan, nonostante fossero le uniche fonti possibili12 .
L'impossibilità di ritrovare l'autore di questo passo è spiegata dal fatto che la ricerca, da parte del D'Elia, era stata limitata solo a Marco Polo e ai francescani del Medioevo, non considerando gli autori iberici che dopo Marco Polo e prima del Ricci, avevano scritto abbondantemente in materia. Infatti il passo in questione lo ritroviamo non in uno ma in più autori dell'epoca. Il primo raffronto in ordine cronologico può essere effettuato tra quanto scritto dal De Barros, dall'Escalante, e dal de Mendoza, secondo questo prospetto:
DE BARROS Da dove si vede che c'è tanta abbondanza di barche... che sembra che tanta gente abiti nell'acqua come sulla terra13 . (T. d.A.)
ESCALANTE C'è in questo regno un'infinità di barche... così tante che si stima che poco meno gente abita sull'acqua che non sulla terra14 . (T. d.A.)
DE MENDOZA Grande è la quantità di navilij, e delle barche... e tanta la gente c'habita ne i vascelli, che le riviere de i fiumi paiono città ben popolate, nè si crede, che sia meno habitata l'acqua che la terra15 .
Questo è uno dei tanti casi che si possono citare come prova, sul fatto che i commentari attingono e prendono spunto dagli autori iberici sopra menzionati, facendo mancare quell'originalità sostenuta da molti.
Mala cosa più interessante è che nessuno di questi autori, cioè il De Barros, L'Escalante, il De Mendoza, viene citato nel
Catalogo della Biblioteca del Beitang16 . Il mancato riferimento a questi autori dimostra con molta probabilità che il Ricci non doveva essere a conoscenza di queste opere, quindi non poteva attingere alle informazioni di questi autori per quanto riguardava le notizie sulla Cina, e in particolare quella da noi considerata. Si può ipotizzare che il Ricci, prima di imbarcarsi per l'Estremo Oriente, avendo vissuto in Portogallo dall'estate del 1577 al marzo del 1578, abbia avuto modo di leggere il De Barros e l'Escalante. Francamente però, sembra alquanto esagerato il riferimento a un simile particolare, a distanza di trentun anni (1578-1609, anno presunto dell'inizio della stesura dei commentari), tanto che il D'Elia fa notare che l'unico autore al quale poteva fare riferimento il Ricci era Marco Polo, e non gli scrittori iberici sopra menzionati. La logica conseguenza di ciò è che invece qualcun altro, a conoscenza di quanto scritto da questi autori, abbia riportato la frase sopra indicata nel
Libro Primo dei commentari.
A questo punto è bene capire da dove, a loro volta, gli autori occidentali avessero attinto, per desumere tutte quelle informazioni sul Paese di Mezzo.
Per quanto riguarda le fonti cinesi, gli autori iberici che avevano messo mano alla penna per scrivere una relazione sul Regno della Cina concordano tutti sul fatto che tali informazioni provenivano da traduzioni di libri cinesi portati nelle isole filippine e tradotti in spagnolo dagli stessi cinesi convertiti al cristianesimo che avevano appreso lo spagnolo17 .
L’interrogativo che ci poniamo a questo punto è se il Libro Primo dei commentari non dipenda in qualche misura da queste fonti, indubbiamente scritte e pubblicate prima del 1609-1610 (anni presunti della composizione dei commentari).
4. Le derivazioni dal Carletti
Per dare una risposta a questo interrogativo, è necessario citare un altro autore, che è stato poco considerato o almeno non tenuto nella giusta considerazione dal D'Elia e da altri studiosi di Matteo Ricci, cioè il fiorentino Francesco Carletti.
Questi, dopo aver girato tra la fine del XVI e l'inizio del XVII sec. tutti i continenti allora conosciuti, aveva steso una relazione per il Gran Duca Leopoldo di Toscana narrando le curiosità viste nel suo periplo intorno al mondo18 .
Il Carletti infatti, dopo essere stato nelle Filippine e quindi in Giappone, tra il 15 marzo 1598 e il 28 luglio del 1599 si trovava a Macao, e qui, dopo aver conosciuto il p. Lazzaro Cattaneo S.I., compagno del Ricci, con l'aiuto di interpreti ed alcuni libri di geografia scritti in cinese, aveva steso una relazione sul Regno della Cina; relazione ovviamente che non può essere paragonata, come quantità, a quella degli scrittori iberici sopra menzionati. Tutta la descrizione si basa, come da lui più volte ribadito, sulla traduzione di alcuni libri di geografia rinvenuti a Macao19 .
L’elemento più interessante dell'opera del Carletti è la concordanza di alcuni passi con i commentari, a tal punto che, a parte minime varianti, sembrano copiati l’uno dalll’altro. Infatti troviamo:
Commentari
Quando il Regno si muta di una famiglia in altra, si muta anco il nome del Regno... e così fu chiamata Than, che vuol dire largo senza termine; Iu, che vuol dire riposo; Hia, che vuol dire grande; Sciam, che vuol dire ornato; Ceu, che vuol dire perfetto; Han, che vuol dire la via lactea nel cielo, con altri molti...20 .
I popoli vicini puochi sono che sappino queste mutanze; e così la chiamano anca con varij nomi, e penso che ciascheduno con il primo di che hebbero notitia. I Cocincinesi con i Siami di dove imparorno i Portoghesi,
la chiamano Cin, i Giapponi la chiamano Than; i Tartari la chiamano Han, et i saraceni la chiamano Cathai. Nè libri della Cina, oltre il nome di quel secolo corrente, si chiama Ciumquo, che vuol dire Regno nel Mezzo, e Ciumhoa, che vuol dire Giardino del Mezzo. Et il Re che ottiene tutta la Cina lo chiamano Signore di tutto l'Universo22 .
Carletti
La Cina si chiama con diversi nomi, come sarebbero Than, che vuol dire grande senza termine; altre volte Riu che significa riposo, e Hia, che vuol dire grande, e ancora Sciam, che val tanto quanto ornamento, e Cheu e Ceu, che significa perfetto, ed Han, la via lattea del cielo ... 21 .
Similmente il Regno dà Popoli vicini, e lontani si chiama diversamente: primieramente da quelli di Coccincina Ciù, donde poscia deriva il nome di Cina usato dà Portughesi. Dà Giapponesi Tham; dà Tartari Han, e dà Persiani, come ancora da tutti li Saracini, ed altre Nazioni, che dalle parti di Ponente vi vanno per terra, si chiama, come ho detto, Catajo, e li cinesi altr'alli sopradetti nomi lo domandano Cinco, ovvero Ciumquo, che vuol dire un Regno (nel Mezzo), come ancora Chiumhoa, che significa Regno posto nel Mezzo di tutta la Terra23 .
È evidente qui la dipendenza dei commentari, dal Carletti, o almeno dalla fonte del Carletti, in quanto il viaggiatore fiorentino attinge a queste informazioni tra il 1598 e il 1599 a Macao, vivendo a stretto contatto con il Padre Lazzaro Cattaneo, il quale gli aveva fornito le notizie sul Celeste Impero24 .
Tutto ciò presuppone due ipotesi: la prima ipotesi è che il Cadetti avesse attinto da fonti provenienti dal Cattaneo e il Cattaneo avesse attinto da informazioni provenienti dal confratello Ricci. In questo caso, i commentari sarebbero la fonte di prima mano e i
Ragionamenti del Cadetti la fonte di seconda mano. Questa prima ipotesi dimostrerebbe l'esistenza di una bozza del
Libro Primo dei commentari, addirittura di 10 anni anteriore alla sua composizione, e ciò onestamente, sembra alquanto azzardato.
La seconda ipotesi segue invece un ragionamento molto più lineare: tanto alcuni brani dei commentari quanto alcuni brani del Carletti sono assolutamente indipendenti; provengono dalle medesime fonti cinesi, e in un contesto descrittivo del Paese di Mezzo, sono stati utilizzati da entrambi gli autori.
5. La lettera del Pantoja e le sue conseguenze
Per quanto riguarda la prima ipotesi, cioè quella dell'esistenza di un abbozzo del
Libro Primo dei commentari, essa è smentita da quanto affermato più volte dal Ricci sulla mancanza di tempo, oltre a quell'interesse che assolutamente non aveva nel redigere un opera simile25 . Questa ipotesi comunque ci porterebbe a considerare non l'esistenza di una bozza dei commentari di dieci anni anteriore alla loro stesura, ma caso mai, ci porterebbe a quel quaderno di appunti del Ricci, dove erano stati annotati anno per anno i fatti più salienti dei missionari in Cina, e del quale si sono perse le tracce26 .
Oltre a ciò, siamo portati pure a considerare una lettera scritta a Pechino nel 1602 dal p. Diego Pantoja S.I. e indirizzata al p. Luys de Guzman, Provinciale di Toledo e pubblicata a Siviglia nel 160527 . L'importanza di questa lettera è dettata dal fatto che essa contiene tutta una serie di notizie che si ritrovano nel
Libro Primo dei commentari.
Se consideriamo che il Pantoja era approdato a Macao nel 1597, ed era arrivato a Pechino nel 1600, la tesi sostenuta dal D'Elia, cioè che il missionario spagnolo non poteva essere in possesso di tutte quelle informazioni che si riscontrano nella seconda parte della lettera, confermerebbe ulteriormente l'ipotesi dell'esistenza di un abbozzo del
Libro Primo dei commentari, in quanto questo sarebbe stato la fonte dalla quale avrebbe attinto il Pantoja.
Ma le cose non stanno affatto così, in quanto il D'Elia, sicuramente per una qualche svista, non ha considerato un elemento: cioè che il Pantoja era già in possesso di tutte quelle informazioni sulla Cina, quando ancora si trovava in Spagna. Si trova infatti nella lettera in questione, un passo dove il Pantoja confuta un errore, a proposito di un animale chiamato
almizcle, cioè "la gazzella del Tibet", errore riscontrato dal Gesuita spagnolo in un libro che descriveva le cose della Cina, e che questo libro lo aveva letto in Spagna prima di partire per l'Oriente28 . Probabilmente il libro in questione è la
Primera Historia de China, di Bernardino de Escalante, pubblicata nel 1577; più inverosiinilinente, la
Dell'historia del Gran Reino de China, del De Mendoza, pubblicata qualche anno più tardi e che dipende, comunque, dall'Escalante.
Ma non solo: il Pantoja attinge pure da un'altra fonte che è il Ruggieri. Infatti esiste una descrizione attribuita a P. Michele Ruggieri S.I., conservata in forma manoscritta in ARSI, Jap-Sin 101II f. 283 il cui titolo originale è:
Mich. Ruggiero: Relationes de Sinis. 1577-1591. Titulus: Relatione del successo della Missione della Cina. (ab aliena mano adita est nota: Non è da fidarsine punto). Relatione del successo della missione della Cina dal mese di Nov. 1577 alli 1591 del P. Roggieri al nostro P. Generale Acquaviva.
Il D'Elia invece è dell'opinione che sia il Ruggieri ad attingere dal Pantoja29 .
Se così fosse, procedendo per sillogismo, dovremmo ammettere che un abbozzo del
Libro Primo dei commentari doveva esistere prima del 1588, anno in cui il Ruggieri lascia definitivamente la Cina (il
Libro Primo attinge dal Pantoja, il Pantoja dal Ruggieri, il Ruggieri risale a prima del 1588, di conseguenza un abbozzo del
Libro Primo è anteriore al 1588!). Ma qui subentra un altro problema: si può notare infatti, nel Cap. XVIII di questa informazione del Ruggieri, a proposito dell'identificazione del Cataio con la Cina, un passo dove è scritto:
“Arrivati a Pacchino, incontrassimo due carovane una de mercanti di certi regni piccoli poco discosti dalla Cina et un altra di Turchi”30 .
Ma come poteva il Ruggrieri scrivere una cosa simile se mai aveva messo piede a Pechino? Ma non solo: come faceva il Ruggieri ad attingere, secondo il D'Elia, dal Pantoja, quando questi scriveva da Pechino nel 1602, e il Ruggieri aveva lasciato la Cina nel 1588? È evidente qui che si tratta di informazioni posposte e falsamente attribuite al Ruggieri. Allora siamo legittimati ad avanzare una diversa interpretazione: e cioè la lettera del Pantoja scritta nel 1602, non ha attinto da un abbozzo dei commentari, ma è servita da modello tanto per il
Libro Primo dei commentari quanto per la informazione attribuita al Ruggieri. Per quest'ultima opera infatti, è dimostrato come i passi paralleli siano del tutto identici, al punto da poter affermare che si tratta nient'altro che di traduzione dallo spagnolo in italiano. Il Pantoja attinge invece dal De Escalante, come pure dalle lettere del Ricci scritte prima del 1602.
Questi modelli di lettere-relazioni che venivano inviate in Europa, ci fanno capire il modo in cui esse venivano stilate: e cioè, si prendevano degli scritti già esistenti (relazioni o lettere di missionari) si copiavano in blocco dopo averle opportunamente modificate, e venivano inviate in Europa agli altri gesuiti desiderosi di notizie sulla Cina. Va da sé il fatto che il Pantoja, e questo viene confermato anche dal D'Elia, nel 1602 non poteva essere in possesso di tutte quelle informazioni che ritroviamo nella sua lettera, quindi doveva averla necessariamente copiata. Anche il Gernet arriva a queste conclusioni, anche se non specificamente riferite alla lettera del Pantoja, ma riferite alla costruzione in blocco dei commentari31 .
6. Conclusioni
Alla luce di quanto esposto sopra si può affermare che le notizie contenute nel Libro Primo dei commentari non necessariamente dovevano essere un'esclusiva del Ricci. E questo per i seguenti motivi:
1) Diversi passi, del tutto identici, si ritrovano nei Ragionamenti del Carletti, scritti in Cina alla fine del 1500, anche se pubblicati postumi nel 1701.
2) Informazioni contenute nel Libro Primo dei commentari si ritrovano nella lettera del Pantoja del 1602.
3) Il Libro Primo dei commentari riporta dei passi che si ritrovano negli autori iberici considerati sopra, e antecedenti ai commentari.
4) Il Ricci non necessariamente doveva essere a conoscenza delle opere degli autori iberici, in quanto queste opere non figurano nel
Catalogo della Biblioteca del Beitang.
Si arriva così alla conclusione che molte informazioni contenute nel Libro Primo dei commentari si ritrovano in altri autori che avevano scritto in materia, molto prima del Ricci, e che questi non necessariamente doveva o poteva esserne l'autore, in quanto chiunque avrebbe potuto scrivere nei modi e nei contenuti del
Libro Primo dei commentari.
MONDO CINESE N. 97, GENNAIO-APRILE 1998
