Tra il 1979 e il 1986 sono stati siglati in Cina 7.819 contratti di partnership con imprese straniere (investimenti diretti esteri) per un valore complessivo di 19 miliardi di US$. Nel quinquennio successivo (1987-91) i contratti sono balzati a 34.208 e il valore del capitale impegnato a 33 miliardi di dollari. Gli anni 1992 e 1993 sono segnati da una vera esplosione dell'interesse degli investitori internazionali nei confronti della Cina: i progetti di investimento approvati ammontano rispettivamente a 48.764 e 84.437 il che significa una variazione del 276% circa e del 73% rispetto all'anno precedente. Il valore del capitale impegnato in questi contratti registra una variazione ancora più ampia e nel 1992 tocca i 58 miliardi di dollari (385.3%), superando i 111 (+ 91.7%) nell'anno successivo.
A partire dal 1994 si registra invece un'inversione di tendenza.
Il numero dei progetti approvati cala del 43% rispetto all'anno precedente, nel 1995 di un altro 22.2%, nel 1996 si è verificata una diminuzione dei progetti approvati pari a 12.500 unità che, in termini di percentuale, significa il 33.6% in meno rispetto al '95. Per il 1997, le statistiche registrano un contenimento del crollo, che si attesta in ogni caso sul 14.3% rispetto all'anno precedente. Il cauto ottimismo suscitato dall'aumento del 2.2% nel '98 si spegne invece già nei primi 6 mesi del '99 che evidenziano un calo del 19.9%. Il valore del capitale impegnato segna un valore negativo (-25.8%) nel '94, un aumento del 10.4% nell'anno successivo e poi una variazione del -19.8%, del -24%, del -11% e -9.2% negli anni '96, '97, '98 e nei primi 6 mesi del '99 (tab. 1).
Non è azzardato supporre che la contrazione dell'impegno straniero in Cina degli ultimi 4 anni rifletta un generale riassestamento delle economie tutte, da quelle asiatiche esposte in Cina nella misura di 33 miliardi di dollari, pari al 79.2% del totale degli investimenti stranieri (1996), a quelle europee occupate (e preoccupate) ad inglobare gli ex paesi socialisti nel mercato comune, a quella statunitense impegnata nelle nuove forme di regionalizzazione dell'economia americana.
Tuttavia non si può non tenere conto che proprio nel 1994 la leadership cinese ha rivisto la propria metodica di esposizione sul mercato internazionale dichiarando che da quel momento sarebbe stata applicata maggiore severità nella selezione1 dei progetti di investimento.
La revisione non ha innescato una vera inversione di tendenza - la Cina resta il più grande recipient degli investimenti diretti esteri (IDE) tra i paesi in via di sviluppo e il secondo a livello mondiale dopo gli Stati Uniti - ma ha senz'altro promosso una ridefinizione degli obiettivi di investimento e delle prospettive di inserimento nel mercato internazionale. Questa scelta coincide tra l'altro con i primi, ufficiali bilanci sulla redditività degli investimenti stranieri in Cina dai quali risulterebbe che nel 1995 il 39.3% delle imprese straniere e il 41.1% di quelle provenienti da Hong Kong, Macao e Taiwan erano in passivo, passivo aumentato in termini assoluti del 50% nell'anno successivo.
In che misura questa situazione modifichi le determinanti di investimento fin qui assunte dalla comunità imprenditoriale internazionale impegnata nella RPC costituisce l'oggetto del presente lavoro.
Il quadro di riferimento
Agli esperti è noto che dopo la riaffermazione della validità della politica di riforme e di apertura (1992), i dirigenti cinesi sono approdati ad una visione più equilibrata del
percorso2 di crescita della loro economia. Il testo del IX piano quinquennale
(1996-2000), le relazioni al XV congresso del PCC (settembre 1997) e il rapporto sull'attività del governo, tenuto da Li Peng alla
1^ Sessione Plenaria della IX ANP (marzo 1998)3, rivelano tutti una crescente consapevolezza degli squilibri strutturali che segnano la fisionomia economica del paese.
Seppur non esplicitamente, questi squilibri sono addebitati ad una selezione di priorità areali e settoriali che non è stato più facile sovvertire, neanche quando i settori e le aree che hanno goduto di politiche preferenziali hanno assolto al compito di innescare validi meccanismi di
crescita4. Lo sviluppo prioritario della zona costiera, gli accessi privilegiati agli investimenti di cui sono stati oggetto l'industria e in particolare la produzione manifatturiera dei beni di consumo, il boom dell'edilizia per uso professionale, l'ampliamento del circuito di distribuzione al dettaglio e la conseguente pressione sull'aumento dei consumi privati hanno tutti contribuito a fare della Cina uno dei principali attori della scena economica internazionale. Oggi, però, l'intellighenzia cinese si ritrova unanime nel sottolineare che questo ruolo necessita di una struttura produttiva, finanziaria e tecnologica molto meglio equipaggiata ed equilibrata di quella finora conseguita.
Tab. 1 Gli investimenti stranieri in Cina 1992-1999*
Unità: US$ 1 milione
(tasso di crescita)
| Anno | N. Contratti | Capitali impegnati | Inv. medio per progetto |
Capitali effettivamente utilizzati |
| 1992 | 48.764 (73,4) | 58.124 (79,4) | 1.191 | 11.007 (60,3) |
| 1993 | 84.437 (42,2) | 111.436 (47,8) | 1.319 (9,7) | 27.515 (60,0) |
| 1994 | 47.549 (-77,6) | 82.680 (-34,8) | 1.738 (24,1) | 33.767 (18,5) |
| 1995 | 37.011 (-28,5) | 91.282 (9,4)) | 2.466 (29,5) | 37.521 (10,0) |
| 1996 | 24.556 (-50,7) | 73.276 (-24,6) | 2.984 (17,3) | 41.726 (10,0) |
| 1997 | 21.001 (-16,9) | 51.004 (-43,7) | 2.428 (18,6) | 45.257 (7,8) |
| 1998 | 20.000 (-5,0) | 52.131 (2,2) | 2.600 (6,6) | 45.580 (0,6) |
| 1999 (6 mesi) | 19.400 (-19,9) | 18.600 (-9,2) | ||
Fonte: Zhongguo Tongji Nianjian (Annuario Statistico della Cina), vari anni,
Beijing Review n. 20, 1997, Beijing Review n. 6 e 15, 1999 e Far Eastern Economic
Review, 26.2.1998
* I dati dal 1994 al 1997 sono stati tratti o elaborati dall'Annuario Statistico della RPC
(1995-1998) che viene pubblicato, solitamente, a settembre. I dati relativi agli anni '98 e '99 invece sono stati pubblicati dalle riviste citate nella fonte, per cui nell'Annuario 1999, contenente i dati definitivi e ufficiali relativi all'anno precedente, potrebbero esserci delle modifiche. Per le altre tabelle non è stato possibile l'aggiornamento giacché la ripartizione per flussi di provenienza o per settori viene contemplata solo nell'Annuario. Nel testo sono stati riportati dati relativi agli anni '98 e '99 ma vale per essi l'avvertenza di cui sopra.
Tab. 2 Gli investimenti stranieri diretti. Flussi di provenienza (%)
| Area | 1990 | 1995 | 1996 | 1997 |
| Asia | 71.7 | 81.3 | 79.2 | 67.6 |
| di cui: Hong Kong | 54.8 | 53.3 | 49.5 | 41.1 |
| Giappone | 14.4 | 8.4 | 8.8 | 8.3 |
| Stati Uniti | 13.0 | 8.2 | 8.2 | 6.6 |
| Europa* | 4.3 | 5.9 | 7.1 | 8.7 |
| di cui: Italia | 0.1 | 0.7 | 0.4 | 0.4 |
| Germania | 1.8 | 1.0 | 1.2 | 1.9 |
| GB | 0.3 | 2.6 | 3.0 | 3.5 |
| Altri** | 11.0 | 4.6 | 5.5 | 17.1 |
Fonte: Elaborazioni su ZTN, vari anni
*Compresi i Paesi dell'Europa Centro-Orientale che totalizzano lo 0.9% degli investimenti europei e lo 0.07% del totale.
** Per "altri" si intende: i Paesi africani che nel 1997 contribuiscono per lo 0.15% al valore totale degli IDE, quelli dell'America Latina che sono presenti con circa 2 miliardi di dollari (3.8%) di cui però 1 miliardo e 900 mila circa provengono dalle isole Cayman e Virgin; il Canada e le Bermuda (0.85), le isole del Pacifico (1.2%) e una non ben identificata voce "altri Paesi" che rappresenta l'11.2% del totale degli IDE.
Che il sistema debba, per usare un termine ormai in disuso5 in Cina, modernizzarsi cioè raggiungere gli standard produttivi e tecnologici delle economie mature, è una consapevolezza acquisita dalla leadership cinese. Negli ultimi 20 anni la logica del
catching up (aggancio) sembra aver permeato gli atti e i comportamenti dei soggetti istituzionali ed economici tutti, e le riforme del quadro normativo, cioè la ridistribuzione di poteri e competenze tra questi soggetti, sono state perseguite e talvolta conseguite proprio in relazione a questo obiettivo finale. L'acquisita consapevolezza che squilibri e arretratezza ancora caratterizzano pezzi del meccanismo economico non ha però impedito che tra alcune dinamiche di sviluppo interno e le aspirazioni dell'imprenditoria straniera si creasse una circolazione di reciproche convenienze che ha indebolito il percorso verso la trasformazione strutturale e talvolta offuscato la stessa consapevolezza della necessità di una tale trasformazione.
Tab. 3 Gli investimenti esteri in Cina per settori (% sul capitale impegnato)
| Settori | 1993 | 1994 | 1995 | 1996 | 1997* |
| Agricoltura | 1.0 | 1.2 | 1.9 | 1.5 | 2.0 |
| Industria | 46.0 | 53.0 | 67.5 | 68.9 | 53.0 |
| Costruzioni | 3.5 | 2.9 | 2.1 | 2.7 | 6.1 |
| Trasporti e PT | 1.3 | 2.4 | 1.8 | 2.2 | 5.1 |
| Commercio e catering | 4.1 | 4.7 | 3.7 | 3.2 | 3.6 |
| Immobiliare | 39.3 | 28.8 | 19.5 | 17.5 | 12.1 |
| Altri** | 4.8 | 6.7 | 3.3 | 3.9 | 3.9 |
Fonte: Elaborazione su dati del ZTN, anni 1994-1998
* I dati relativi all'anno 1997 sono stati elaborati sulla base di una diversa formulazione delle voci. Sotto la voce
"Agricoltura", ad esempio, fino al 1995 era compresa la conservazione delle acque che ora costituisce un aggregato a sé.
L'"Industria" era comprensiva dell'attività mineraria e della produzione delle risorse energetiche; dal 1997, invece, per "Industria" si intende solo l'attività manifatturiera. La voce "Immobiliare" comprendeva anche la creazione e gestione di alberghi e altre strutture di pubblico servizio che ora invece sono calcolate distintamente. Di qui uno scarto di 14,2 punti in percentuale da ripartire tra l'attività mineraria (1,4), la produzione e la fornitura di risorse energetiche (7,2), la conservazione delle acque (0,4) e le strutture di pubblico servizio, hotel ad esempio (5,2).
** Per "altri" si intende sanità, sport, servizi sociali, istruzione, cultura e ricerca scientifica.
Per quanto in termini meno espliciti di quelli che caratterizzeranno poi la transizione nei Paesi dell'Europa
Centro-Orientale, anche nella Cina degli anni '80 infatti si è delineata l'ipotesi che la risoluzione delle complesse problematiche che sottendono alla trasformazione strutturale poteva essere delegata alle forze
spontanee6 del mercato o meglio dei mercati, interno e internazionale. Per giudizio quasi unanime, tanto più rapida e profonda sarebbe stata la riforma del quadro istituzionale tanto più nuovi soggetti economici nazionali e stranieri sarebbero stati abilitati ad incidere sulle dinamiche economiche e quindi a risolvere le strozzature del sistema di allocazione delle risorse. La simultaneità delle decisioni imprenditoriali che ha caratterizzato i modelli di crescita di gran parte delle attuali economie mature era data per scontata. Ma, a partire dal 1994, questa ipotesi trova più solleciti referenti in altri contesti, in Cina, invece, sembra perdere
smalto7.
La dirigenza di questo Paese si mostra preoccupata dalla facilità con cui un percorso di trasformazione fondato su tale ipotesi sfugge ai suoi tentativi di scheduling,8 preoccupata dai pericoli di disgregazione istituzionale che potrebbero derivare dagli squilibri settoriali ed areali che tendono a consolidarsi9 e, infine, dalla predestinazione del ruolo da svolgere sul mercato internazionale. Soprattutto si mostra delusa dalla mancanza di simultaneità delle decisioni imprenditoriali che continuano a lasciare scoperti interi pezzi del meccanismo economico.
La decisione di rivedere alcune scelte economiche è l'approdo scontato di tali esplicite insofferenze: ogni occasione offerta dalla stampa o dalle assise pubbliche degli organi di governo e di partito viene colta per ribadire l'intento originario del processo di riforme iniziato 21 anni fa e cioè la trasformazione strutturale dell'economia e dei suoi meccanismi di crescita. Tornano di moda temi come il peso sproporzionato del settore agricolo sulla composizione del PIL, il passaggio dall'economia estensiva all'economia intensiva, l'obsolescenza degli equipaggiamenti industriali, le infrastrutture carenti, la dicotomia città/campagna, gli squilibri regionali10.
A differenza però del 1978, la Cina gode di un prestigio economico11 che le consente di rendere pubblico, senza debilitare l'attrattiva che esercita sui mercati internazionali, il disagio che leadership politica, comunità imprenditoriale e circoli
scientifici12 avvertono, in eguale misura, per le inefficienze rilevate e non ancora risolte.
È a questi mercati che la Cina si rivolge per la risoluzione degli squilibri strutturali da cui è penalizzata, suggerendo una diversificazione quantitativa e qualitativa degli investimenti stranieri diretti, anche al prezzo di misure drastiche come la bocciatura dei progetti che non colgano le priorità definite dal governo.
Da qualche anno poi, il sistema dispone non più solo di strumenti di pressione diretta, "amministrativa" come può essere la definizione via lege dei settori merceologici in cui è "incoraggiato, permesso o proibito" l'investimento straniero ma anche di strumenti indiretti - fisco, dazi, credito - che hanno il pregio di essere immediatamente compresi dagli operatori economici internazionali.
Da tenere presente che proprio nella seconda metà degli anni '90 si evidenzia un trend che, per quanto previsto dagli analisti internazionali, sorprende per la rapidità con cui si manifesta. Si tratta del calo di competitività della fascia costiera del paese: l'aumento dei salari, la crescita esorbitante dei prezzi degli affitti degli immobili e le spese di pubblicità, sollecitate da una concorrenza sempre più serrata, hanno fatto lievitare i costi di gestione ordinaria degli investimenti13 sia in rapporto ai Paesi del sud est asiatico sia rispetto ad altre aree del Paese. Secondo alcuni studi la redditività delle imprese manufatturiere straniere in Cina risulta bassa, sicuramente al di sotto delle aspettative14. Se i deludenti risultati conseguiti dalle joint ventures situate sulla costa hanno convinto il governo cinese ad accettare forme di penetrazione più estese (la cooperazione nel settore terziario, ad esempio, permessa solo dopo il 1994) e più aggressive (l'aumento delle imprese a capitale interamente straniero oppure la prassi delle fusioni e acquisizioni che le multinazionali stanno espletando nei confronti di alcune imprese di Stato), è pur vero che essi potrebbero sollecitare le grandi imprese a investire in altre aree del Paese, in altri comparti economici15 e quindi a cogliere le indicazioni del Paese ospite.
Su questa opzione, il governo cinese mostra di vantare alcuni risultati determinanti per la garanzia dell'ambiente di investimento: il trasferimento di tecnologia gode infatti di un quadro di riferimento areale (i parchi tecnologici), normativo (Legge sui Trasferimenti di Tecnologia del 1985), politico (il Torch Plan, piano di sviluppo tecnologico varato dal governo nel 1988) e pratico giacché tra il 1980 e il 1994 le importazioni di tecnologia hanno sfiorato i 22 miliardi di dollari e le esperienze di sfruttamento congiunto dei giacimenti petroliferi hanno segnato i processi di assimilazione delle tecnologie straniere.
Le sistematiche sollecitazioni fatte dal governo cinese per convogliare l'attenzione degli investitori su questo versante si spiegano anche con i cambiamenti in corso negli scambi internazionali. La dinamica import-export risulta infatti scoraggiata dalla recente crisi finanziaria dei mercati asiatici e l'opzione "importazione" non rappresenta più il veicolo principale del trasferimento di tecnologia. L'impegno del governo cinese a non svalutare la moneta rende sempre meno competitivi i prodotti destinati ai mercati esteri che, se asiatici, soffrono a loro volta di un congelamento del flusso di importazioni. Ne consegue che il boom (+20.9%) delle esportazioni registrato nel 1997 non si è ripetuto nell'anno successivo (+0.5%) e tantomeno sembra delinearsi per il 1999 (-4.6% nei primi 6 mesi) e quand'anche si dovesse ribaltare il trend negativo, la contrazione delle ragioni di scambio, e quindi di riserva valutaria, inibiscono le importazioni di tecnologia.
Ecco quindi l'esplicita richiesta del governo cinese alla comunità imprenditoriale straniera di farsi carico dell'onere di ricomporre la dicotomia città/campagna investendo nel settore agricolo, di risolvere le strozzature nel circuito di distribuzione investendo nelle infrastrutture pesanti: ferrovie, autostrade, porti ecc., di riequilibrare il territorio investendo nelle province centrali ed occidentali del paese, di rianimare il settore industriale investendo nell'industria pesante, di elevare la produttività dell'intero meccanismo economico investendo in trasferimenti di tecnologia avanzata16.
Una tale richiesta sottintende, da parte cinese, una revisione critica anche della pianificazione finanziaria che ha fin qui sostenuto le dinamiche di crescita del paese: l'ipotesi "tradizionale"17 di una divisione degli oneri finanziari tra lo Stato che garantisce lo sviluppo infrastrutturale e quindi la creazione dell'ambiente di investimento e l'imprenditoria locale e internazionale che investe nelle produzioni manufatturiere e/o di servizio non regge più. Il crescente deficit pubblico non consente allo Stato di assolvere al suo ruolo e il prestito internazionale ha inciso troppo debolmente18 per poter dilazionare il coinvolgimento degli interessi privati internazionali in un settore nel quale lo Stato socialista ha fin qui deposto le sue residue aspettative di controllo monopolistico.
Ma questa richiesta implica una svolta anche nella concezione che della Cina è maturata presso la comunità imprenditoriale internazionale e quindi dell'impegno che tale concezione ha generato: da amplissimo ma mero mercato di sbocco di beni di consumo, da area di delocalizzazione delle produzioni labour intensive, da bacino di investimenti con rientri di breve - medio periodo, la Cina si trasforma in un cantiere di costruzione in cui investire in equipaggiamenti di medio-alto contenuto tecnologico, in cui trasferire tecnici, managers e manodopera altamente qualificata, da cui trarre profitti altissimi ma con tempi di rientro altrettanto biblici e con i costi determinati da ambienti che dire poco confortevoli è un eufemismo.
Il progetto del governo cinese, lo diciamo subito, non è stato ancora ben assimilato dagli operatori economici internazionali; le implicazioni in materia di diritti di proprietà e/o di possesso che sottende ne rendono stentata la fruizione e rallenta l'iter di definizione da parte della stessa leadership cinese19. Per il momento, infatti, permane l'immagine ormai patinata delle città costiere e delle zone economiche speciali dove consumi e redditi aumentano di pari passo con l'innalzamento dei grattacieli e dove anche il più piccolo operatore commerciale ed industriale occidentale auspica di penetrare.
I progetti di investimento e gli strumenti normativi
Nel 1993 la Commissione Statale di Pianificazione e il Ministero del Commercio Estero e della Cooperazione Economica (MOFTEC) hanno varato l"'Elenco dei principali progetti di investimento tecnologico della RPC per gli anni 1993-2000" (BR. n. 48, 1994).
L'elenco è suddiviso in 23 settori, distinti per competenze ministeriali. Se raggruppati per logiche non amministrative emerge che il settore che dovrebbe beneficiare maggiormente dei trasferimenti di tecnologia è lo sfruttamento delle risorse energetiche: carbone, petrolio, gas naturale, centrali idroelettriche e una centrale nucleare assorbono 54 progetti di investimento tecnologico destinati all'aumento della capacità e al rinnovamento degli impianti. Segue il settore dei trasporti che assorbe nel suo insieme 45 progetti. Al terzo posto si situa l'agricoltura e l'afforestamento che dopo anni di negligenza da parte dei governi centrale e provinciali ritorna al centro dell'attenzione con 27 progetti di sviluppo ad ampio raggio (comprehensive agricultural development). Troviamo poi l'industria chimico-farmaceutica con 24 progetti, l'industria leggera, tra cui spicca la lavorazione della cellulosa e che insieme al settore tessile assorbe 18 progetti, le telecomunicazioni, l'industria di produzione dei materiali per l'edilizia, a finire con l'elettronica.
La ripartizione settoriale, utile per comprendere le priorità del governo, apporta però scarsi elementi per la quantificazione della scala degli investimenti. Se infatti all'agricoltura sono destinati 27 progetti e alle telecomunicazioni solo 7 oppure all'industria chimica 24 e alla meteorologia solo 1 possiamo anche supporre che la cablatura delle linee telefoniche e l'installazione dei satelliti per le rilevazioni meteorologiche impegnino investimenti ben più cospicui della coltivazione della canna da zucchero o della produzione di penicillina. In ogni caso, l'elenco pubblicato dal governo è facilmente decodificabile dai tecnici e in più ha il merito di rimandare nettamente, anche al lettore non esperto, la tensione dei pianificatori cinesi verso la trasformazione infrastrutturale e strutturale dell'apparato produttivo. Se infatti l'aumento quantitativo della produzione agricola o dell'estrazione di carbone o delle linee ferroviarie è l'obiettivo ultimo dell'intero programma definito nei primi anni '90, l'introduzione delle specifiche tecniche di alcuni progetti e l'uso frequente del termine "rinnovamento" o "macchinario avanzato" tradisce un'attenzione verso la qualità del trasferimento di tecnologia che potremmo definire rivoluzionaria per un paese affetto da sempre dal culto del val20.
Un'altra chiave di lettura per trovare conferma a quanto suggerito nell'introduzione ci viene dalla ripartizione spaziale dei progetti. Non è semplice operare una distinzione netta in tal senso perché gli investimenti infrastrutturali sono interprovinciali ma da un calcolo di massima risulterebbe che le province maggiormente coinvolte sono in ordine decrescente: lo Henan con 14 progetti, lo Shandong con 11, il Liaoning che insieme al Jilin e allo Heilongjiang raccoglie 27 progetti e poi il Guangdong, il Sichuan e la Mongolia che ne assorbono 8 ognuna, lo Hebei con 7 progetti, fino a scendere allo Anhui, il Gansu e lo Shanxi con 1 progetto a testa. Le prime indicazioni in merito sono 3: in primo luogo, una parte dei progetti non è, come già detto, configurabile dal punto di vista geografico. Nell'elenco analizzato, alcuni progetti riguardanti la sanità, l'educazione e l'agricoltura sembrano avere una connotazione nazionale per quanto facciano riferimento a situazioni di arretratezza economica e di disagio sociale (povertà) facilmente identificabili nelle zone del sud ovest del paese. In secondo luogo, le 3 province del Qinghai21, del Tibet e del Ningxia non sembrano esplicitamente toccate dalla prevedibile nuova ondata di sviluppo mentre il Xinjiang, che si trova all'estrema periferia occidentale del paese, è coinvolto in almeno 4 progetti di sfruttamento di risorse petrolifere, irrigazione per l'agricoltura e trasporti. In terzo luogo, notiamo che la prevista diversificazione spaziale degli investimenti dalla costa verso l'interno si realizza a passo misurato. È vero, come già dicevamo, che di molti progetti infrastrutturali beneficeranno anche aree non menzionate ma sulla necessità di recuperare allo sviluppo le vaste regioni centrali e occidentali del paese non sembra far riscontro una immediata progettualità: le province maggiormente interessate sono infatti a ridosso della già favorita fascia costiera e probabilmente costituiranno il bacino di prova del comportamento degli investitori. Secondo notizie di stampa, all'elenco dei 210 progetti di trasferimento tecnologico avrebbe fatto seguito un altro di identico contenuto tecnologico e destinato a progetti di scala inferiore22 ma finora non è stata data alcuna notizia in merito23. Segno anche che l'intervento definito riguarda soprattutto le aree industrializzate e bisognose di trasferimenti di tecnologia24.
Un'ultima annotazione riguarda le modalità di intervento che possiamo dedurre dall'elenco. I progetti presentati sono per la maggior parte destinati ad opere infrastrutturali25 e in parte al rinnovamento tecnologico di singoli impianti o di intere branche industriali (l'elettronica) finalizzato alla produzione e/o alla commercializzazione di beni. Solo questi ultimi progetti rientrano nella definizione più convenzionale di trasferimento di tecnologia tra imprese (firm-level) quale cessione "volontaria (su basi commerciali) orizzontale di tecnologia produttiva in senso stretto, di prodotto e/o di processo..." (Venanzi, 1997). Gli altri ovviamente compendiano transazioni molto complesse tra più soggetti che hanno configurazioni, identità e obiettivi diversi, ad esempio, uno Stato, una società di capitali, un consorzio di imprese di costruzioni, ditte appaltatrici ecc. Le modalità di intervento risultano ovviamente differenziate tra i due gruppi e differenziati sono i referenti normativi e istituzionali e le forme che assume la partnership.
Il nostro interesse si accentra sul primo gruppo, i lavori infrastrutturali, che secondo la documentazione di sostegno all'elenco, acquisiscono priorità assoluta sia in termini di impegnativi di spesa che di tempi di realizzazione. La nebulosa normativa e comportamentale che, però, avvolge questa nuova forma di esposizione della Cina sul mercato internazionale non consente di operare delle distinzioni nette, neanche dal punto di vista terminologico. Ne consegue un uso improprio del termine "trasferimento di tecnologia" da parte della letteratura cinese e un uso altrettanto improprio da parte
nostra26 a cui però auspichiamo di compensare trattando degli strumenti normativi che sono, appunto, quelli afferenti ai lavori infrastrutturali.
- Incominciamo con l'impegriativo di spesa: la stampa ha dato notizia di un impegnativo di spesa totale che ammonterebbe a 300 miliardi di dollari di cui una parte destinata all'importazione di impianti completi e macchinari. Nel febbraio del 1998, a Davos (Svizzera), il vice primo ministro Li Lanqing ha rilanciato, annunciando che i progetti definiti comportano un investimento complessivo di 750 miliardi di dollari. Neanche un mese dopo, il governatore della Banca di Cina ha parlato di 1000 miliardi di dollari destinati allo stesso uso per i prossimi 3
anni27. Le cifre vengono considerate "irrealistiche" dagli osservatori ma anche sintomatiche della necessità del governo cinese di stimolare gli imprenditori stranieri. In ogni caso si tratta di investimenti cospicui di cui una larga parte viene addebitata all'imprenditoria privata straniera.
- Nel maggio del 1995, poi, il governo ha istituito due nuovi enti, la Società Statale per gli Investimenti allo Sviluppo e la Banca Statale per lo Sviluppo che diventano gli organismi di selezione e controllo degli investimenti infrastrutturali e che assumono parte delle prerogative e delle competenze dei ministeri settoriali, dei governi provinciali e delle 6 società che, nate per promuovere gli investimenti stranieri nei settori chiave dell'economia, vengono in questa occasione liquidate con accuse di inefficienza e corruzione. La
SDIC28, viene detto nella cerimonia di inaugurazione, è un'impresa a capitale interamente statale, direttamente legata al Consiglio di Stato e destinata ad investire nei settori dell'energia, dei trasporti, dell'agricoltura ecc. e a "preservare e incrementare il valore degli impianti statali" (BR n. 38, 1995: 7). Alla Banca per lo Sviluppo invece viene attribuito il compito di distribuire crediti agevolati per: 1. progetti volti ad ottimizzare lo sviluppo economico; 2. progetti legati all'industria di base; 3. progetti a tecnologia sviluppata; 4. progetti significativi.
- Nello stesso anno viene pubblicato il "Catalogo per Orientare gli Investimenti Stranieri" in cui i settori sono suddivisi in 4 gruppi: incoraggiati, permessi, limitati e proibiti. Superfluo sottolineare che i settori incoraggiati sono quelli coinvolti nei progetti analizzati.
- E sempre nel 1995 (agosto) viene varata, a firma della Commissione Statale di Pianificazione, del Ministero delle Risorse Energetiche e del Ministero della Comunicazione, una Circolare sul metodo del B.0.T.
(build-operate-transfer) che autorizza la concessione (franchise
agreement), in via sperimentale, di interi progetti a tempo determinato agli investitori
stranieri29. La Circolare è impregnata di "transitorietà" e preannuncia una futura normativa del Consiglio di Stato di cui, però, fino a questo momento non si è avuta notizia. In ogni caso fissa alcune regole facilmente assimilabili alle normative internazionali sui B.O.T. e tra queste: 1) la responsabilità totale per la società vincitrice dell'appalto per tutto ciò che concerne l'investimento, il finanziamento, la messa in opera, la gestione e la manutenzione dell'infrastruttura. 2) Il rientro, senza compenso, dell'infrastruttura allo Stato alla fine del periodo di concessione. 3) L'acquisizione da parte della società concessionaria di tutti i diritti di proprietà, di finanziamento, di design, di costruzione, di acquisto dei materiali, di gestione e di riscossione degli utili derivanti dalle "ragionevoli" tariffe per gli utenti. La Circolare stabilisce anche che l'ente statale preposto ha il diritto di supervisionare
(supervise, check and audit) il progetto in concessione e di correggere o imporre sanzioni contro gli atti dell'impresa di costruzione che non siano conformi all'accordo di concessione sottoscritto. Nega, invece, ogni coinvolgimento dello Stato in caso di mancato finanziamento o mancato rientro degli utili previsti ma aggiunge che durante il periodo della concessione, se a causa delle politiche restrittive del governo, l'impresa dovesse incorrere in una situazione di passività, può prolungare il periodo concordato oppure aumentare "ragionevolmente" il livello delle tariffe. Infine, la Circolare ribadisce l'intenzione degli organi centrali di sovrintendere ad ogni atto del processo di progettazione, contrattazione e attuazione anche mediante l'inserimento del progetto nel piano economico quinquennale.
- A correggere parzialmente l'impianto centralista della Circolare, qualche mese dopo subentra una nuova regolamentazione che concede ai governi provinciali delle regioni
centro-occidentale del paese, l'autonomia di selezione e gestione per tutti i progetti il cui valore non superi i 30 milioni di dollari contro il tetto precedente di 10 milioni di
dollari30.
- Nell'agosto del 1997, si annuncia il prossimo varo di una legge sulle gare
d'appalto31 e a dicembre viene pubblicata una nuova versione del Catalogo per gli investimenti stranieri in cui le categorie di "limitato" e "permesso" subiscono alcune modifiche in linea con l'intento di spostare l'attenzione degli imprenditori stranieri dalle produzioni di beni di consumo (cineprese, televisori ecc.) alle produzioni pesanti.
- Infine, nei primi mesi del 1998, il governo vara una politica di esenzione fiscale (tariffe di importazione e IVA) per le imprese che stanno operando nei settori chiave.
In questo elenco manca una legge sulle concessioni, considerata invece indispensabile dalla comunità imprenditoriale per accedere ai lavori infrastrutturali ma Shi Guangsheng, attuale ministro per il commercio e la cooperazione con l'estero, ha dichiarato, ancora nel settembre del '98, che quanto prima saranno approvate in via sperimentale "le società per azioni straniere, i progetti di concessione e i progetti che garantiscono il diritto di operazione e di sfruttamento per gli investitori stranieri" (BR n. 37,1998:13). A tutt'oggi (luglio '99) non ci sono stati o non sono stati pubblicati provvedimenti amministrativi o legali che abbiano modificato la situazione, ancora improntata alla sperimentazione di forme di penetrazione complesse del capitale straniero.
L'ambiente di investimento: una riconsiderazione concettuale e spaziale
Fin qui abbiamo descritto per sommi capi gli obiettivi del governo cinese e gli strumenti formulati per raggiungerli. Prima di verificare, a distanza di 5 anni, il comportamento degli investitori stranieri suggeriamo alcune riflessioni sui rischi connessi a queste nuove forme di esposizione.
Nel World Development Report del 1994, dedicato alle opere infrastrutturali32, la Banca Mondiale ha individuato 4 categorie di "rischio" per gli investitori: 1) il rischio valutario, connesso ad un eventuale deprezzamento della moneta locale; 2) il rischio commerciale, determinato da un imprevisto aumento dei costi di produzione o dall'incertezza della domanda per il servizio che si offre; 3) il rischio di un'interferenza "politica" che condizioni il comportamento sia dell'investitore che dell'utente, annullando le logiche del mercato; 4) il rischio paese.
Articolando tali prescrizioni generali nel contesto cinese, prendiamo atto in primo luogo della loro pertinenza: per quanto esse siano state definite per un contesto molto ampio che tocca le economie in via di sviluppo a tutte le latitudini, sono facilmente identificabili nella situazione cinese. Il che ci porterebbe a conseguire che non esiste uno "specifico cinese" in riferimento alle opere infrastrutturali e ciò non può essere che di giovamento sia per l'approccio teorico al tema sia per gli operatori del settore.
In secondo luogo notiamo che manca un riferimento esplicito al tema del "sito ottimale" che invece occupa le pagine delle riviste specialistiche cinesi negli ultimi anni. È ovvio che il carattere interprovinciale ed intersettoriale dei progetti infrastrutturali limita la necessità di ridefinire i concetti di ambiente e di determinante di investimento a livello locale ma la puntualizzazione di questo tema da parte degli specialisti cinesi sollecita una maggiore chiarezza su questo versante33.
Per quanto pertinenti, le 4 categorie di rischio individuate dalla Banca Mondiale sono poco studiate in riferimento alla situazione della RPC. Se si esclude infatti il tema della svalutazione dello yuan che è diventato di estrema e scottante attualità in concomitanza con la crisi finanziaria dell'intera regione asiatica, gli altri registrano rari contributi34.
La ricerca sull'ambiente d'investimento e quindi sulle potenzialità di riuscita dell'investimento straniero diretto in Cina è stata condotta prevalentemente su due binari: il rischio politico e la capacità di assorbimento da parte del mercato. Il tema del "rischio politico" ha assunto nel contesto cinese confini molto ampi. In assenza di guerre interne e fenomeni di terrorismo35 e in presenza di sistematiche rassicurazioni governative sul ruolo pacifico nel consesso internazionale e sulla capacità dello stesso di controllare l'ordine economico, sociale e politico36, la riflessione si è allargata a problematiche più tecniche: il quadro giuridico di protezione degli investimenti stranieri, l'accettazione o meno dell'arbitrato, la corruzione37. Il governo cinese da questo punto di vista ha prodotto, dal 1979 ad oggi, una mirabile opera di ricostruzione del diritto, ha sottoscritto tutti o quasi tutti i trattati internazionali sulla materia, ha accettato il ricorso all'arbitrato internazionale, ha varato leggi severissime sulla contraffazione dei marchi di fabbrica38.
La ricerca è stata pertanto indirizzata sulla capacità di assorbimento del mercato: l'aumento dei redditi nominali e reali, i consumi, i differenziali che si stanno creando tra le diverse province, le barriere tariffarie e non, le imposizioni fiscali costituiscono l'oggetto di una fertile e sempre più puntuale letteratura.
Ma la ricerca su queste due tematiche portanti tradisce l'approccio labour seeking o market seeking39 che ha caratterizzato in ordine cronologico il comportamento degli investitori in Cina e risulta di scarso apporto nel contesto della politica di cooperazione con l'estero definita a partire dal 1994. L'efficienza e quindi la redditività di un trasferimento di tecnologia si misura, come sottolineato dall'analisi della Banca Mondiale, con tempi e modalità diverse dalla semplice operazione di business: se una transazione commerciale o anche di investimento correlata al mercato dei beni di consumo è molto sensibile ai rischi di inversione politica o di disgregazione istituzionale, molto più di quanto possa esserlo la costruzione di una ferrovia nel cuore del paese, è anche vero che quest'ultima, per l'alta intensità di capitale che incorpora, per la scala di operazione che coinvolge, per le trasformazioni ambientali e sociali che comporta è più sensibile a delle "semplici" variazioni di strategia economica nazionale o di rapporti internazionali o di comunicazione politica tra la popolazione e le sfere del potere.
Il rischio paese, nel caso dei progetti infrastrutturali, comporta quindi una rinnovata e più sofisticata valutazione del comportamento e degli strumenti operativi degli organi del governo centrale, sia per ciò che concerne la capacità di rastrellare capitali privati e pubblici sul mercato internazionale - magari attraverso la creazione di consorzi ad hoc - sia per la chiarezza della normativa. In queste due "voci" rintracciabili in un qualunque studio di fattibilità, sono comprese tutte o quasi tutte le problematiche relative ai lavori infrastrutturali: la trasparenza delle aste pubbliche, per le quali è stata annunciata una prossima e definitiva regolamentazione legislativa, la copertura finanziaria, gli utili derivanti dalla gestione del servizio in concessione, la definizione delle competenze. Sapere, come sottolinea un economista americano ospitato su una rivista cinese40, chi ha il potere di definire la scala del finanziamento o di apportare nuova liquidità o di curare i rapporti con le banche è di fondamentale importanza in un paese in cui le partnership con l'imprenditoria straniera sono state sistematicamente frustrate dalla sovrapposizione di ruoli e competenze41. Il quesito che ci si pone in questo caso è se la Società Statale per gli Investimento allo Sviluppo è abilitata ad avocare a sé i poteri decisionali fin qui frazionati tra: 1. le imprese, che in queste aree e in questi comparti, sono grandi imprese di Stato con una formale autonomia finanziaria, 2. i ministeri che fino ad oggi hanno assorbito e quindi allocato secondo propri criteri solo lo 0.6% degli IDE ma che con la nuova normativa potrebbero acquisire maggiori poteri42, 3. i governi locali, oggetto di politiche controverse che tendono da un lato a ridimensionare il ruolo di esattore e di allocatore delle risorse e dall'altro a rafforzare le competenze di decision-making. Oppure se essa è stata creata come partner istituzionale delle società straniere che però devono sottoporre alla consueta trafila burocratica a due livelli (settoriale e locale) i loro progetti.
Una determinante, altrettanto forte e altrettanto oscura, è quella degli utili (rischio commerciale). L'interesse degli analisti converge sull'arretratezza economica che caratterizza gran parte del territorio interessato e quindi sulla debole attrattiva dei profitti che potrebbero derivare dalla gestione del servizio. Contare sul pedaggio di una superstrada che collega province depresse o sulle tariffe dei consumi energetici inghiottiti da imprese di Stato decotte non può esercitare alcuno stimolo sulle grandi società di costruzione. Alcune esperienze riportate dalla stampa dimostrerebbero che i soggetti cinesi coinvolti in queste transazioni dimostrano un alto tasso di flessibilità ma non siamo in grado di asserire che esse rappresentano una tendenza univoca e acquisita dai decision makers tutti. La Società per l'Energia Elettrica Comunale di Shanghai, ad esempio, ha applicato un contratto take or pay, si è impegnata cioè con l'investitore straniero, che ha vinto la gara d'appalto per la costruzione di una centrale di 400 megawatt, ad acquistare la quantità di energia definita nel contratto indipendentemente dalla quantità effettivamente prodotta o consumata. Per l'impresa straniera questo contratto rappresenta una garanzia assoluta di copertura degli oneri finanziari e di profitti ovviamente ed è stata largamente apprezzata dall'intera comunità imprenditoriale (FEER, 27.3.1997).
Un'altra esperienza, anch'essa largamente caldeggiata dalle società straniere che operano nei paesi in via di sviluppo, riguarda la costruzione di autostrade e prevede la concessione non solo della gestione del pedaggio ma dell'utilizzo del suolo circostante per un certo numero di anni. A questo proposito Chen Changzheng, ex responsabile della Commissione per la Pianificazione della provincia del Jiangsu, ha scritto che "Quando l'investimento è grande e il periodo di rientro degli utili lungo, il governo cinese permetterà ai progetti stranieri che concernono autostrade, strade e ponti di ampliare il loro raggio al fine di acquisire qualche progetto che garantisca alti rientri" (Slater-Strange, 1997). Infine citiamo il caso degli smembramenti: secondo notizie di stampa (FEER, 27.03.97) le grandi società di costruzione tendono a frazionare i progetti infrastrutturali (start small) ottenuti giacché operare su una scala inferiore garantisce un rientro più rapido degli utili e in alcuni casi evita il ricorso a finanziatori terzi. Il governo cinese non sembra gradire questa prassi e di recente ha posto delle limitazioni alle concessioni al di sotto di certi standard di produzione o fruizione.
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A conclusione di questa riflessione riproponiamo il tema del "sito ottimale". Per quanto, come dicevamo, le scelte di investimento nel settore infrastrutturale siano determinate da fattori che esulano dal contesto locale, ci pare opportuno sintetizzare le conclusioni dei recenti studi degli analisti cinesi ed occidentali sulla individuazione dell'ambiente di investimento ottimale. Gli studi in
questione43 seguono più o meno tutti il percorso analitico già battuto, da almeno due decenni, dagli esperti del settore e ripropongono come principali indicatori dell'ambiente di investimento quelli raggruppati sotto le denominazioni di risorse finanziarie, risorse umane, risorse fisiche e
facilities e cioè:
Risorse finanziarie:
- bilancio locale (trasferimenti dal governo centrale + risorse proprie)
- depositi bancari e tasso di risparmio
- valore degli investimenti stranieri già utilizzati o impegnati
Risorse fisiche:
- struttura settoriale del tessuto economico
- numero e tipo di imprese industriali
Risorse umane:
- tasso di occupazione
- tasso di alfabetizzazione/qualificazione della manodopera
- livello medio dei salari
Facilities:
- trasporti
- presenza di istituti R&D
- sanità
Il problema che si pone, una volta assodata la reperibilità di questi dati, è come riconoscere il "sito ottimale" tra le provincie cinesi. In questo caso agli indicatori citati se ne sono affiancati altri che riflettono il livello dei consumi che nel caso in questione potrebbe rivelare la redditività del futuro impianto, una volta reso agli utenti e diventato fonte di
royalties, oppure l'incidenza del commercio estero sul prodotto interno
lordo44 e infine le politiche fiscali e doganali che, come sappiamo, rappresentano ancora uno strumento discriminatorio dal punto di vista areale e settoriale45.
Il grado di distorsione dei pur differenziati ed articolati studi è però minimo e i risultati portano tutti ad una stessa conclusione: se si esclude la voce "livello medio dei salari" che premia le regioni interne del paese, tutti gli altri indicatori individuano il miglior ambiente di investimento nelle province orientali del paese. Per la precisione, Lu Minghong (1997), indica nelle province del
Fujian e del Guangdong, Shanghai, Beijing, Hainan e Tianjin i 6 migliori ambienti di
investimento46 e nella Mongolia Interna, Sichuan, Henan, Anhui, Yunnan e Guizhou i 6 peggiori.
Nel contesto della nuova politica di cooperazione economica con l'estero, le conclusioni a cui arriva Lu Minghong, e con lui gran parte degli analisti, risultano ancora più sconfortanti. È probabile però che la riclassificazione delle regioni economiche sulla base del vantaggio comparato possa contribuire a determinare su basi diverse le scelte degli investitori. La riclassificazione è opera della Commissione Statale di Pianificazione (1992) e identifica 10 principali regioni in relazione alle loro reali e potenziali specializzazioni produttive.
Tab. 4 Le Principali Regioni Economiche (vantaggio comparato)
| Zone economiche | Province incluse in ogni zona | Settori prioritari |
| 1) Nord-est | Liaoning, Jilin, Heilongjiang, regione orientale della Mongolia | Industria pesante (Siderurgia, petrolchimica), Agricoltura, Foreste. Allevamento, Conserviera |
| 2) Bohai-Rim | Beijing, Tianjin,Hebei, Shandong | Industria High-tech, Industria leggera per l'esportazione, Nautica |
| 3) Delta dello Yangzi | Shanghai, Jiangsu, Zhejiang | Industria High-tech (elettronica e semiconduttori), Finanze, Immobiliare, Telecomunicazioni, Informatica |
| 4) Cina meridionale | Guangdong, Fujian, Guangxi, Hainan | Industria leggera per l'esportazione, Finanze e Assicurazioni, Immobiliare |
| 5) Corso medio del Fiume Giallo | Shanxi, Henan, Shaanxi, Regione centro-occidentale della Mongolia | Energia, Industria pesante, Areonautica |
| 6) Corso medio dello Yangzi | Anhui, Jiangxi, Hubei, Hunan | Trasporti fluviali, Industria leggera, Industria conserviera |
| 7) Corso superiore del Fiume Giallo | Gansu, Qinghai, Ningxia | Energia idrica, Energia, Derrate alimentari, Materie prime |
| 8) Corso superiore dello Yangzi | Sichuan, Guizhou, Yunnan | Agricoltura, Foreste, Industria pesante |
| 9) Xinjiang | Xinjiang-Uigur | Industria per il risparmio energetico, Agricoltura, Foreste |
| 10) Tibet | Tibet | Industria petrolchimica, Allevamento, Agricoltura |
Fonte: Ick Soo Kim, Regional disparities,localism and China's search for new regional development
strategy in the 1990s, Simon, D. & Hong Pyo Lee, Globalization and Regionalization of China's
Economy, The Sejong Institute, Seul, 1995
Conclusioni
Impossibile o quasi trarre delle conclusioni sui risultati di una strategia di cooperazione definita solo 5 anni fa e di cui manca una netta assimilazione sia da parte dei soggetti cinesi che delle grandi società internazionali. Tra l'altro, gli effetti della crisi dei mercati asiatici perdurano e ciò non consente di definire con puntualità le determinanti di investimento che hanno orientato o scoraggiato (a seconda delle interpretazioni) gli investitori stranieri nei delicati settori delle infrastrutture, del trasferimento di tecnologia, della delocalizzazione delle attività produttive nelle aree depresse.
Gli analisti però sono già al lavoro e il comportamento di entrambe le parti è soggetto a valutazioni e bilanci.
Diciamo subito che i riscontri sono controversi.
Secondo quanto si evince dai discorsi ufficiali, la politica adottata registra un parziale ma sicuro successo. Negli ultimi 4 anni si è registrato un aumento del valore medio dei singoli progetti di investimento, una maggiore presenza delle grandi multinazionali, una seppur lieve modifica della provenienza dei flussi di capitali e un'altrettanta modifica delle aree di destinazione. Incominciando da quest'ultima, dichiarazioni pubbliche sottolineano che negli anni citati, la fascia costiera del paese ha perso 5 punti in percentuale. Se, infatti, tra il 1979 e il 1994 ha assorbito il 92% degli investimenti stranieri, nel '98 circa l'87%.
Secondo le dichiarazioni del governatore del Sichuan, dagli ultimi mesi del 1995 ad oggi, 30 imprese transnazionali hanno investito nella sua provincia e la scala degli IDE è aumentata (BR n. 46,1998). Il contratto di B.O.T. siglato con la francese Compagnie Générale des Eaux per la fornitura d'acqua potabile a Chengdu è un esempio del dinamismo delle province interne. Toni altrettanto ottimistici vengono dalle provincie dello Shanxi e dell'Anhui che a partire dal 1996 hanno visto moltiplicare la presenza degli investimenti stranieri in alcuni casi del 120% rispetto al quinquennio precedente.
I dati ufficiali, rilasciati dall'Ufficio Statistico Nazionale, non rilevano però uno spostamento così significativo: se si escludono lo Hebei e lo Hunan che acquisiscono qualche frazione di punto in percentuale, possiamo dire che non ci sono ancora riscontri positivi alla politica di diversione spaziale degli IDE.
La provenienza di questi investimenti resta un'esclusiva dell'Asia nel suo complesso e in particolare di Hong Kong (60% del totale degli investimenti nel '97), Taiwan, Corea del Sud e Singapore che negli anni '79-'95 hanno contribuito per il 73% del totale degli IDE. Il contributo dei paesi dell'Unione Europea e degli Stati Uniti tende però a crescere a svantaggio di Taiwan e delle altre tigri. Nel 1998 gli investimenti provenienti dall'Europa dei 15 e dagli Stati Uniti sono aumentati rispettivamente del 3% e 21% mentre quelli di provenienza asiatica sono calati del 10% circa47. Infine, la presenza in Cina delle grandi società transnazionali come la General Motors, la IBM, la Benz Motor, la Hitachi, la Du Pont, la italiana AGIP ecc. sarebbe raddoppiata in soli tre anni, passando da 120 nel 1992 a 264 nel 1995. Ancora più incisiva risulta la presenza di grandi società finanziarie, sbarcate in Cina con l'intento di acquistare i pacchetti azionari delle imprese di stato. Resta da aggiungere però che a dicembre del 1995 gli analisti calcolavano che il 95.9% degli investimenti stranieri operava su piccola scala48.
Dicevamo che i dati sono controversi giacché parte della pubblicistica cinese sembra esprimere delusione sui risultati raggiunti e in sempre più frequenti occasioni non esita a denunciare l'accanimento della comunità imprenditoriale verso settori e aree il cui sviluppo risulterebbe addirittura nocivo per l'economia nazionale49. Ancora nel maggio del 1997, un trafiletto sul Beijing Review sottolineava la necessità di dirottare gli IDE verso le infrastrutture e la basic industry giacché risultava che dei 177 miliardi di US$ investiti tra il 1979 e il 1996 il 50% è andato all'industria manifatturiera ordinaria, il 30% al turismo e al settore immobiliare, l'1.5% all'agricoltura, l'1.8% alle comunicazioni e meno del 10% del totale all'energia, al petrolio e altre branche fondamentali (BR n. 20, 1997).
Gli imprenditori o meglio le grandi agenzie finanziarie o di consulenza sostengono tesi diverse: a loro parere l'interesse verso questo tipo di investimenti è grande e crescente ma la concorrenza che ha scatenato tende a far scendere il valore degli appalti. Di conseguenza: "..la società che perde la gara d'appalto finisce per essere la vincitrice" (FEER, 27.3.97). Le grandi imprese del settore lamentano anche lo scarso utilizzo dello strumento B.O.T., e non a torto visto che a marzo di quest'anno questa metodica veniva applicata per 4 progetti soltanto e di essi solo uno in opera, gli altri 3 ancora in fase di assegnazione della gara d'appalto o di pura progettazione. Inoltre, per quanto solleciti nel chiedere investimenti stranieri nel settore dell'energia, i pianificatori cinesi hanno posto delle limitazioni al loro ingresso. Nel gennaio di quest'anno sono stati dichiarati "proibiti" alle imprese a capitale interamente straniero la produzione di impianti per l'energia termica (turbine, generatori, caldaie ecc.) che hanno una capacità superiore ai 100 mila KW, la produzione di macchinari per l'energia idroelettrica che hanno un diametro superiore ai 5 metri o una capacità superiore ai 50 mila KW, la produzione di impianti per l'energia nucleare che hanno una capacità superiore ai 600 mila KW, la produzione di impianti di trasmissione come commutatori, induttori ecc. che hanno una capacità superiore ai 220 mila KW. In questi settori sono quindi auspicate forme di partnership come le joint ventures. In altri invece, come la produzione di generatori a diesel o le stazioni di servizio sulle autostrade, le raffinerie con una capacità al di sotto dei 5 milioni di tonnellate o le piccole centrali a carbone con una capacità al di sotto dei 30 mila KW sono state poste altre forme di limitazione al capitale straniero.
Quel che appare all'osservatore esterno, quindi, è una risposta sollecita da parte dell'imprenditoria straniera ma che tende ad una diversione delle priorità definite dal governo cinese: gli investimenti nel settore immobiliare (edilizia privata) o nel commercio e nei servizi avanzano a discapito degli impegni delle produzioni manufatturiere labour intensive così come si concretizzano i trasferimenti di tecnologia con le imprese di punta nel settore elettronico o chimico. Le infrastrutture e la basic industry invece restano al fanalino di coda, oppure come abbiamo visto, vengono gestite secondo criteri e con garanzie di rientro degli utili che lasciano scarsissimi margini di manovra ai pianificatori cinesi.
Mentre la richiesta da parte cinese appare, sempre all'osservatore esterno, perentoria ma segnata da una estrema cautela che non consente, ad esempio, di definire la regolamentazione sui B.O.T., di puntare a forme di partnership diverse dalle già collaudate joint ventures, di delegare la gestione finanziaria dei progetti all'impresa appaltatrice. A questo proposito è evidente la volontà di diversificare le fonti di finanziamento, magari con azioni di project financing più incisive, non tanto e non solo per le difficoltà che comporterebbe una copertura finanziaria unica ma piuttosto perché il risk sharing sembra cautelare maggiormente il paese ospite.
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La nebulosa che avvolge sia la normativa che gli strumenti finanziari ed amministrativi e la reticenza sulle esperienze già in atto, non hanno consentito una riflessione più puntuale. Ancora una volta si registra uno iato tra la letteratura empirica e l'elaborazione teorica. La prima è già in grado di riportare esperienze e di suggerire bilanci, la seconda, in mancanza di referenti certi, stenta a decollare. Si pone quindi il problema di ridefinire le categorie analitiche che hanno fin qui sostenuto la cooperazione economica tra la Cina e il resto del mondo, di rideterminare le tappe del processo di integrazione della Cina nel contesto delle dinamiche economiche e finanziarie globali. L'impegno nel settore infrastrutturale comporta in molti casi uno shift dagli investimenti diretti agli investimenti di portfolio e ha implicazioni di carattere politico strategico, basti pensare a tutto ciò che significa la concessione nel campo delle telecomunicazioni. Una elaborazione così complessa non può prescindere dalla consapevolezza, da entrambe le parti, che la fragilità strutturale di un meccanismo economico che coinvolge un quarto della popolazione mondiale si riflette inevitabilmente su queste dinamiche. Dilazionarne il superamento o, peggio ancora, ancorarlo agli oscillanti comportamenti della comunità finanziaria internazionale è un rischio per tutti.
In questo processo di ridefinizione delle determinanti d'investimento si aprono prospettive di inserimento per le imprese europee molto più ampie di quanto non sia stato finora50. La precisa, e sistematicamente confermata, volontà del governo cinese di diversificare le fonti dell'investimento, diretto o di portafoglio, di spezzare il monopolio dei partner asiatici, ieri colpevoli di aver orientato le loro scelte di investimento solo in rapporto al basso costo della manodopera e oggi anche indeboliti dalle crisi finanziarie, può costituire per le nostre imprese un'occasione da non perdere. I dati rilevati dalla letteratura empirica non sembrano confortare questa possibilità: le grandi imprese di costruzione già coinvolte in Cina e citate da periodici come il Far Eastern Economic Review, Business Week, Asian Wall Street Journal, sono a capitale prevalentemente asiatico. Ma l'impegno del governo cinese a rafforzare i legami con l'Europa, che insieme al Giappone e agli Stati Uniti è stata dichiarata dall'ex ministro Wu Yi, referente privilegiato per i grandi investimenti e i trasferimenti di tecnologia, non può essere disatteso.
MONDO CINESE N. 102, SETTEMBRE 1999
