1. Non il “big bang” dell’integrazione in Asia
“Morta all’arrivo”: così The Economist ha definito la “East Asian
Community” (EAC) che si pensava sarebbe emersa dal primo “East
Asian Summit” (EAS), riunito a Kuala Lumpur il 14 dicembre 20051 .
Questa potrebbe rivelarsi un’esagerazione che non fa giustizia agli sforzi
dell’Asia di realizzare un’integrazione regionale più sostanziale; ma sei
mesi dopo l’EAS di Kuala Lumpur gli analisti e gli osservatori (ma anche i
policymaker dei sedici paesi dell’Asia orientale, sud-orientale e meridionale
che vi hanno partecipato) si chiedono ancora quale sia stato esattamente il
valore aggiunto della riunione malese durata un giorno. Una delle conclusioni
che si può trarre sei mesi dopo il summit è che la retorica politica deve ancora
mettersi alla pari con la realtà politica quando si parla dell’EAS e della promessa
EAC come di una “nuova era” dell’integrazione regionale in Asia.
I giudizi sui risultati e il grado di successo del summit divergono
significativamente: mentre alcuni analisti e commentatori si concentrano sui
punti di disaccordo, sulla preoccupazione nei confronti dell’influenza cinese
sul gruppo di paesi, sulla crescente potenza economica e militare della
Cina nella regione, sulle tensioni sinogiapponesi e su un ordine del giorno
molto vago, altri sottolineano che l’EAS è stato il primo passo riuscito verso
un’integrazione ancor più profonda sul modello del “regionalismo aperto”.
D’altra parte, sarebbe stato irrealistico aspettarsi una svolta nell’integrazione
asiatica al summit inaugurale dell’EAS, nel quale i paesi dell’ASEAN+3 (ASEAN
più Giappone, Cina e Corea del Sud), l’India, l’Australia e la Nuova Zelanda
si sono sedute al tavolo delle trattative solamente per tre ore2. E c’è stata
poca negoziazione anche in vista delle dichiarazioni preliminari, assenza
di discussione e una dichiarazione congiunta talmente ampia e generica da
rendere praticamente impossibile ogni forma di disaccordo3.
Negli anni a venire è assai probabile che l’EAS rimanga poco più di una
“appendice” ai summit dell’ASEAN e dell’ASEAN+3, e non diventi una riunione
“reale”, distinta e autonoma.
Il risultato dell’EAS è stato deludente per chi sperava in un summit capace
di produrre un progetto dell’EAC, finora solo prefigurata. La dichiarazione
ufficiale del summit, in realtà, non menziona neppure la fondazione di una
comunità dell’Asia orientale, ma si limita ad esprimere la speranza che l’EAS
“possa giocare un ruolo efficace nel community-building regionale”4.
L’anno scorso, nei giorni prima dell’EAS, studiosi, diplomatici e policymaker
asiatici ne parlavano come di una sorta di “big bang” dell’integrazione asiatica,
dando talvolta l’impressione che il summit sarebbe stato l’alba di una “Unione
europea” in Asia. Solo che non lo è stato, e lo hanno notato persino i falchi
del Dipartimento di Stato americano e del Pentagono, che l’anno scorso
temevano che il summit fosse un esercizio manovrato dalla Cina (alcuni
negli USA immaginavano addirittura una cospirazione) per spingere fuori
dall’Asia gli Stati Uniti.
A dire il vero, il risultato del summit deve essere definito tutt’al più vago,
il che non è poi così problematico dal momento che le aspettative su ciò
che si può ottenere con una riunione di un giorno di sedici capi di governo
asiatici sono sempre, realisticamente, molto basse.
2. Quali sono i valori, la visione e l’identità condivisi?
L’ex-premier malese Mahatir, “inventore” all’inizio degli anni Novanta
dell’East Asian Economic Caucus (EAEC) sotto menzionato, non ha certamente resistito alla tentazione di esprimere la sua opposizione alla partecipazione
al summit di Australia e Nuova Zelanda: “L’Australia è fondamentalmente
europea e ha mostrato chiaramente al resto del mondo di essere il vice-sceriffo
dell’America”, ha affermato poco prima del summit, rilevando come l’EAS di
Kuala Lumpur fosse esattamente l’opposto di come lui aveva immaginato una
Comunità dell’Asia orientale dieci anni fa: una comunità per controbilanciare
l’influenza e l’egemonia economica statunitense nella regione5 .
L’attuale primo ministro malese Badawi, che ospitava l’EAS a Kuala Lumpur,
ha proseguito nella retorica di sfida del suo predecessore affermando, nella
sua dichiarazione a conclusione del summit, che Australia e Nuova Zelanda
non fanno “veramente” parte dell’Asia orientale. Geograficamente parlando
può anche essere vero, ma non lo è neanche l’India – e tuttavia, la Comunità
dell’Asia orientale non si sarebbe dovuta basare su visioni, valori e identità
comuni, mentre la geografia avrebbe svolto un ruolo secondario?
In teoria sì, ma il summit ha dato molte poche indicazioni (se ne ha date)
su quali valori, visioni e identità comuni sarebbero o potrebbero essere la
base su cui fondare l’immaginata EAC. Diverse nazioni del sud-est asiatico
come Indonesia e Singapore, d’altro canto, preoccupate che alcuni paesi
potessero esercitare un’influenza ed un potere eccessivi nella regione, hanno
attivamente sostenuto l’inclusione di Australia e Nuova Zelanda.
Parlando di valori, è veramente arduo immaginare una qualche integrazione
politica rilevante tra democrazie a pieno titolo (Giappone, Corea del Sud,
India, Australia e Nuova Zelanda) e i molti paesi asiatici retti da regimi semidemocratici
o non democratici.
3. Tornando agli anni Novanta
All’inizio degli anni Novanta il primo ministro della Malesia Mohamad
Mahatir lanciò l’idea di un “East Asian Economic Caucus” (EAEC), finalizzato
a creare qualcosa che avrebbe controbilanciato il dominio economico
statunitense nella regione. La visione di Mahatir, tuttavia, basata sull’idea che
l’Asia avrebbe dovuto essere “solo degli asiatici”, non diventò mai realtà.
La retorica nazionalista e sciovinista che accompagnava il suo promuovere
un “Caucaso senza caucasici” trovò l’opposizione non solo degli USA, ma
anche di molti paesi asiatici contrari ad unirsi in uno sfortunato blocco antiamericano
e mettere così a rischio redditizi legami economici e d’affari con
Washington6 .
Lo EAEC non andò mai oltre la fase di progettazione, ma l’idea di una
Comunità dell’Asia orientale riapparve nell’ordine del giorno della politica
asiatica dopo la crisi finanziaria asiatica del 1997-98. La devastante crisi
finanziaria, si sostenne più tardi, servì come una sveglia per l’Asia, e come
un monito: una crescita economica senza un certo livello d’integrazione e
coordinamento finanziari interni all’Asia rischiava di incontrare altre crisi
come quella del 1997.
Nonostante ciò, furono necessari più di tre anni all’ASEAN e, più tardi,
all’ASEAN+3, per avanzare una proposta su come dare impulso al community-
building in Asia orientale. Nel novembre 2001, al summit dell’ASEAN+3 nel
Brunei, il cosiddetto “East Asian Vision Group” (EAVG), guidato dall’expresidente
della Corea del Sud Kim Dae-Jung, sottopose un rapporto che
tracciava i dettagli dell’EAC. Il rapporto, intitolato “Verso una Comunità
dell’Asia orientale”, immaginava un’area trasformata “da una regione di
nazioni in una comunità con valori, visioni e identità condivisi”. Il rapporto,
con la sua retorica a tratti altisonante, raccomandava di perseguire un ulteriore
approfondimento dell’integrazione economica nella regione attraverso la
liberalizzazione del commercio e degli investimenti tra i paesi asiatici, nonché
l’istituzione di un’Area di libero scambio dell’Asia orientale (East Asian Free
Trade Area, EAFTA). Il rapporto, inoltre, sollecitava i paesi dell’ASEAN+3 ad
affrontare l’integrazione finanziaria regionale attraverso un approccio in due
fasi: istituire un Fondo monetario dell’Asia orientale (East Asian Monetary
Fund, EAM) e un meccanismo dei tassi di cambio asiatico.
Evitare un’altra crisi finanziaria asiatica come quella del 1997-98 e rafforzare
il coordinamento finanziario ed economico tra i paesi asiatici, tuttavia, oggi
non sono più le due sole ragioni per cui l’Asia sente il bisogno di superare
l’attuale livello di integrazione. Le conseguenze per l’Asia di un possibile (e
ora assai probabile) fallimento del Doha Round, ma anche ciò che alcuni
chiamano “la questione Cina” (intendendo l’impatto regionale di una Cina
in rapida crescita economica), sono state inserite negli ultimi anni nella lista
di ragioni per cui l’Asia orientale ha bisogno di lavorare seriamente per
rafforzare l’integrazione regionale7.
4. Quale valore aggiunto?
Quale è stato, allora, il valore aggiunto del riunire sedici capi di governo
per discutere un’ampia gamma di argomenti che si suppone siano rilevanti
per la sicurezza, la stabilità e la prosperità dell’Asia orientale? Questo è
troppo presto per dirlo, in effetti, poiché non è stato ancora chiarito quali
saranno o potrebbero diventare negli anni a venire le caratteristiche principali
dell’immaginata Comunità dell’Asia orientale. Una zona di libero scambio
intra-regionale? Una comunità basata su valori condivisi o un’identità
comune, o addirittura l’equivalente asiatico dell’Unione europea? In realtà, la
dichiarazione congiunta ufficiale del summit elenca una serie di conclusioni
e affermazioni sui quali possono facilmente concordare tutti i governi
partecipanti.
Più sostanziale è stata invece la dichiarazione del Presidente dell’EAS, e
il suo aver menzionato un gran numero di questioni che potrebbero essere
affrontate insieme dai governi partecipanti all’EAS. La denuclearizzazione della
Penisola coreana, la sicurezza marittima, il terrorismo, le malattie infettive,
lo sviluppo economico sostenibile, questioni relative all’Organizzazione
mondiale del commercio – sono temi di cui l’EAS progetta di occuparsi (ma
di cui non si è ancora occupato, in realtà, se si esclude il fatto che siano stati
menzionati a Kuala Lumpur). La dichiarazione, tuttavia, non fornisce alcun
dettaglio di alcun genere in merito al ruolo che l’EAS avrà esattamente nel
consolidare la cooperazione su questi temi8. In realtà, fatta eccezione per il
programma “Influenza aviaria: prevenzione, controllo e risposta”, nessuna
iniziativa concreta e tangibile è emersa dall’EAS.
Oltre a ciò, molti dei suddetti temi sono già stati affrontati in altre arene regionali e mondiali, ed è in dubbio che discutere della crisi nucleare nella
Penisola coreana o del terrorismo internazionale all’interno della cornice
dell’EAS possa significativamente contribuire alla discussione in corso sulle
medesime questioni in altre organizzazioni o istituzioni.
Anche se le diversità tra i paesi asiatici in fatto di autorità della legge,
governance, diritti umani, libertà di parola e altre materie non rientrassero
nell’ordine del giorno, bisogna riconoscere all’EAS il merito di avervi incluso
l’assenza di progressi nella riforma politica, a lungo promessa, di Birmania/
Myanmar. Abbandonando l’insistenza nell’aderire al cosiddetto “principio di
non ingerenza”, insistenza che l’ASEAN da molti anni si è imposta, è stato
chiesto a questo paese di affrontare le riforme politiche e di scarcerare Aung
San Sui Kyi9.
Ad ogni modo, la dichiarazione congiunta dell’EAS che chiede a Rangoon
di rispettare le promesse di avviare un ripristino della democrazia non
compensa la mancanza di una “vera” pressione diplomatica e politica. I
generali della giunta militare birmana, di fatto, non hanno soddisfatto la
richiesta dell’ASEAN di realizzare riforme politiche, e difficilmente lo faranno
in assenza di pressioni politiche e diplomatiche che siano credibili ed efficaci.
Ed è altrettanto vero che l’appartenenza birmana all’ASEAN e dunque la sua
presenza al tavolo dei negoziati nei futuri EAS, continuerà a rappresentare
una sfida per coloro in Asia che rivendicano valori comuni come base della
creazione dell’EAC.
5. La Cina: un leader regionale in attesa?
Parte della stampa ha sostenuto che la partecipazione al summit di India,
Nuova Zelanda e Australia avrebbe fatto sì che Pechino attenuasse il suo
ruolo nel summit e nell’ideazione dell’EAC; un organismo che, dal punto
di vista cinese, avrebbe dovuto essere maggiormente est-asiatico, almeno
nella prima fase.
La visione cinese dell’EAC, in effetti, è piuttosto simile a quella concepita
da Mahatir, fatta eccezione per la retorica ostile e sciovinista. Potrebbe tuttavia
rivelarsi prematuro concludere che il primo EAS abbia cancellato l’idea dei
policymaker di Pechino di una Comunità dell’Asia orientale guidata dalla
Cina, poiché significherebbe non prendere in considerazione le strategie
diplomatiche cinesi di lungo termine nella regione.
Nonostante i risultati alquanto modesti del primo EAS, la Cina ha ancora
grandi progetti per l’EAC: in sostanza, vorrebbe che diventasse un gruppo
o un blocco di nazioni di interessi affini capace di uguagliare il potenziale
economico dell’America settentrionale e dell’UE10. Benché questo potrebbe
essere un obiettivo troppo ambizioso per una regione in cui gli accordi
di libero scambio bilaterali e multilaterali aumentano di giorno in giorno,
Pechino incoraggia l’istituzione di un Area di libero scambio dell’Asia orientale
(East Asia Free Trade Area, EAFTA)11 .
Già nel dicembre 2004, durante il decimo ASEAN Summit a Vientiane
(Laos), il primo ministro cinese Wen Jiabao annunciò che l’EAC era una “scelta
strategica di lungo termine negli interessi dello sviluppo cinese”. “La Cina non
cambierà mai la sua posizione a favore della realizzazione dell’EAC” disse
allora, aggiungendo inoltre – e non è poco – che l’EAC non avrebbe preso
una forma disapprovata da Pechino12. La disponibilità cinese a lasciare che
sia l’ASEAN a dirigere il processo iniziale di formazione dell’EAC potrebbe
essere in realtà solo temporanea, dunque, e svanire non appena Pechino
avrà escogitato una strategia per far valere la sua leadership regionale su
paesi non est-asiatici (India, Australia e Nuova Zelanda) seduti al tavolo dei
negoziati.
Se si pensa allo sviluppo e alla crescita dell’economia cinese, sebbene
questi siano ancora non del tutto sostenibili e rischino crisi e contraccolpi
negli anni e nei decenni a venire, è chiaro che il tempo è dalla parte della
Cina. Pechino può tranquillamente permettersi di lasciar svolgere qualche
altro EAS senza tirarne le fila, aspettando il momento giusto per togliere la
leadership all’ASEAN a proprio vantaggio. Per ora, sostenne in un’intervista
lo scorso dicembre Chu Shulong dell’Università Tsinghua di Pechino, la Cina
si concentrerà sulla creazione del suo accordo di libero scambio con l’ASEAN
(previsto per il 2010) e sul “minimizzare” l’importanza dell’EAS. D’altra
parte si sospettò che la Cina progettasse di servirsi dell’EAS per fondare
un “club per soli est-asiatici” con una dimensione di sicurezza, sul modello
dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO)13. Se era quello
il piano di Pechino per l’EAS e l’EAC, la sua attuazione è stata rimandata,
almeno per il momento.
6. L’ASEAN è davvero al posto di guida?
L’ASEAN è davvero alla guida dello sviluppo dell’EAC? Secondo la retorica
ufficiale sì, ma d’altronde conta poco essere al posto di guida se non si sa
dove andare. Oltretutto, è assai improbabile che Cina, Giappone, India e Corea
del Sud siano disposte ad accettare la leadership dell’ASEAN per un tempo
indefinito, se un giorno dovesse emergere qualcosa di concreto dall’EAS. Sei
mesi dopo il summit, tuttavia, sembra che sia emerso un consenso attorno
all’idea che il cosiddetto “approccio su due livelli” verso l’integrazione
regionale in Asia sia la strada su cui procedere: mentre l’ASEAN+3 rimarrà
al cuore dell’integrazione e del community-building, l’EAS svolgerà un ruolo
di sostegno.
Altri analisti, comunque, come Jasuf Wanandi del Centro di studi strategici
a Giacarta, sostengono che l’Asia non dovrebbe avere due processi con
lo stesso scopo, vale a dire l’ASEAN+3 e l’EAC. Wanandi definisce questo
approccio “controproducente” e “ridondante”, proponendo invece di fondere
ASEAN+3 ed EAC includendo gli Stati Uniti nella creazione dell’EAC14 .
In ambedue i casi, a causa della mancanza di alternative migliori e della
rivalità sinogiapponese, delle proteste americane contro le presunte ambizioni
egemoniche cinesi e la poca chiarezza su quale sia il valore aggiunto dall’EAC
all’ASEAN e all’ASEAN+3, lasciare che siano l’ASEAN e il cosiddetto “stile
diplomatico dell’ASEAN” a guidare la creazione dell’EAC sembra essere la
prospettiva per il futuro. Di fatto, come sostiene David Camroux in modo
del tutto appropriato, l’ASEAN rimane il coordinatore “meno inaccettabile”
dell’EAS.
7. Le relazioni sinogiapponesi, ostacolo all’integrazione
regionale
Giappone e Cina si parlano con difficoltà e molti concordano sul fatto
che le rivalità e le tensioni tra Cina e Giappone, e più recentemente
anche tra Giappone e Corea del Sud, continueranno ad essere un ostacolo
all’integrazione regionale al di là degli accordi di libero scambio. Durante
il summit, i delegati cinesi si sono rifiutati di incontrare la controparte
giapponese su base bilaterale, e nei sei mesi successivi al summit le
relazioni sinogiapponesi sono andate peggiorando, almeno sul piano
politico. Fioriscono come mai prima d’ora, invece, i rapporti economici e
d’affari tra Tokyo e Pechino, con un commercio bilaterale che ammonta a
circa duecento miliardi di dollari l’anno. Gli investimenti giapponesi in Cina
hanno raggiunto lo scorso anno i 6,5 miliardi di dollari e fino ad ora le solide
relazioni commerciali e d’affari tra i due paesi non sono state intaccate dalle
tensioni legate a divergenti interpretazioni sulla storia della Seconda guerra
mondiale, a dispute territoriali nel Mar cinese orientale, ai diritti di proprietà
intellettuale e ad altre questioni.
Tuttavia non si sono per nulla spente, almeno per ora, le vecchie speranze
che la Cina e il Giappone si riconcilino, diventino la Francia e la Germania
dell’Asia e si promuovano solidalmente. Il nazionalismo crescente sia in
Giappone sia in Cina (talvolta sostenuto dai governi di Tokyo e Pechino),
come l’insistenza del primo ministro giapponese Koizumi nel visitare il
controverso Tempio Yasukuni a Tokyo, faranno certamente sì che le relazioni
sinogiapponesi rimangano tese15 .
Il resto dell’Asia, fatta forse eccezione per la Corea del Sud, la quale
come la Cina discute con Tokyo di interpretazioni della storia del secondo
conflitto mondiale e di questioni territoriali irrisolte, è preoccupato dallo stato
attuale delle relazioni sinogiapponesi. “L’inasprirsi dei rapporti tra Giappone
e Cina e tra Giappone e Corea è dannoso per il community-building in Asia
orientale”, afferma Jawhar Hassan, presidente dell’Istituto malese di studi
strategici e internazionali16 .
Se le relazioni sinogiapponesi nel dicembre 2006 saranno cattive come
nel dicembre 2005, allora ci saranno poche speranze che Tokyo e Pechino
possano presentare, in occasione del prossimo EAS nelle Filippine, la comune
“roadmap per il community-building” che ha in mente Hitoshi Tanaka, ex-
vice ministro degli esteri e attuale Senior Fellow al Centro giapponese per
gli scambi internazionali (Japan Center for International Exchange, JCIC)17 .
Tanaka suggerisce che Tokyo e Pechino, in preparazione del prossimo EAS,
redigano un documento congiunto che affermi, tra le altre cose, che né il
Giappone né la Cina perseguiranno mire egemoniche nella regione.
Il recentissimo rafforzamento dell’alleanza di sicurezza tra Stati Uniti
e Giappone attraverso una revisione delle cosiddette “Linee guida USA-
Giappone per la cooperazione difensiva” – un’iniziativa mirata alla Cina
– non aiuta affatto le cose, sostengono i leader di Pechino. L’espansione
dei legami difensivi bilaterali con Washington è stata criticata dalla Cina e
in altri paesi asiatici come controproducente per il community-building e
l’integrazione difensiva multilaterale in Asia orientale, e non aiuta la credibilità
del Giappone come leader dell’integrazione regionale. Rimane da vedere,
però, se un giorno l’EAS possa diventare un forum per discutere di questioni
di sicurezza regionale su un piano multilaterale, così come sperano molti
analisti18. In realtà, dall’EAS non è emersa affatto l’idea che i paesi asiatici
– e in particolare Cina e Giappone – siano pronti a passare dalla tradizionale
enfasi sulle relazioni difensive bilaterali ad una cooperazione multilaterale
di sicurezza.
Il Giappone, da parte sua, sostiene la complementarietà tra l’alleanza
militare bilaterale con gli USA e le sue politiche regionali multilaterali in
materia di relazioni internazionali e di sicurezza, e durante lo scorso anno
ha più volte rassicurato Washington che la sua partecipazione all’EAS (e
l’esclusione da esso degli Stati Uniti) non avrebbe inciso sui loro legami
bilaterali di sicurezza. Nel 2005 Tokyo ha fortemente sostenuto l’inclusione
degli USA nel summit e ha rinunciato a fare pressioni in favore di una loro
partecipazione solamente quando Washington ha annunciato che un summit
senza un ordine del giorno “reale” non era una priorità per l’America e per
le sue politiche in Asia orientale19 .
Poiché, almeno per ora, gli Stati Uniti non sono invitati all’EAS, i policymaker
americani sperano che il Giappone sfrutti la riunione annuale dell’EAS “almeno”
come occasione per rafforzare i suoi rapporti con l’India: “giocare la carta
indiana” – così i falchi di Washington hanno definito queste politiche mirate
a controbilanciare l’influenza cinese nella regione.
L’India,d’altrocanto,èpocointeressataalvenircoinvoltaneigiochidipotere
geopolitici in Asia orientale e nella rivalità sinogiapponese, e principalmente
per due ragioni. In primo luogo, le preoccupazioni difensive indiane vertono
principalmente attorno all’Asia meridionale e al cercare di assicurarsi una
pace sostenibile con il Pakistan. Secondo, l’India – come la maggior parte dei
paesi attorno al tavolo del summit – è interessata ad espandere le relazioni
commercialiediinvestimenticonisuddettipaesi.Inrealtà,neigiorniprecedenti
al summit dell’anno scorso, funzionari indiani hanno ripetutamente enfatizzato
che l’India è ansiosa di veder emergere una “Comunità economica dell’Asia
orientale”20. La maggiore priorità di Delhi in materia di integrazione regionale,
del resto, rimarrà il rafforzamento dell’Associazione dell’Asia meridionale per
la cooperazione regionale (South Asian Association for Regional Cooperation,
SAARC) sotto la sua (non incontestata) leadership.
8. Un “approccio funzionale”, invece?
Il prenominato Hitoshi Tanaka sta promuovendo una “cooperazione
funzionale” tra i paesi interessati all’istituzione dell’EAC: “La questione
chiave che l’Asia si trova ad affrontare non è come definire la membership
della comunità, ma come creare un luogo d’incontro adatto che promuova
la cooperazione funzionale nella regione”21 . Tanaka sostiene che questo
approccio potrebbe diventare, un giorno, la base per un’ulteriore integrazione
politica nella regione. Questo conferma, in effetti, ciò che la maggioranza
degli analisti sostiene, cioè che l’Asia orientale non sia ancora “matura” per
un’integrazione ed un’istituzionalizzazione sul modello dell’Unione europea.
L’Asia, di conseguenza, dovrebbe continuare almeno per ora a focalizzarsi sul
rafforzamento dei rapporti economici e commerciali, soprattutto attraverso
accordi di libero scambio22 . E questo, a sua volta, porta a dubitare che
in questa fase abbia davvero senso immaginare una Comunità dell’Asia
orientale.
Noboru Hatakeyama, vicepresidente del Consiglio sulla Comunità dell’Asia
orientale (Council on East Asian Community, CEAC) con sede a Tokyo, in
realtà, sostiene che “il dibattito sull’EAC è ‘superficiale’, e il termine ‘comunità’ è
poco più di un bel concetto idealistico ed effettivamente fuorviante”. “Quando
si dà forma ad una comunità”, scrisse in un commento del CEAC nel giugno
2005, “è normale che gli stati membri trasferiscano parte della loro sovranità
– ad esempio, i diritti di negoziazione commerciale – a questa comunità,
così come avviene in realtà nell’Unione europea”, affermando inoltre che le
nazioni asiatiche non sono pronte a compiere questo passo23 .
È assai improbabile, almeno per il prossimo futuro, che la creazione
di nuove istituzioni regionali a sostegno del community-building in Asia
orientale si faccia strada negli ordini del giorno degli EAS. Condividere
la sovranità e realizzare un’integrazione regionale attraverso decisioni
legalmente vincolanti e implementate da istituzioni (come avviene in UE) in
Asia è ancora impensabile.
9. Washington non è più preoccupata?
L’anno scorso Washington ha ripetutamente definito l’EAS “esclusivo” e
“orientato all’interno”, temendo che Pechino cercasse di sfruttare il summit
per enfatizzare le sue pretese di egemonia economica, politica e – non da
ultima – militare in Asia. Solo quando fu chiaro che Washington non sarebbe
stato invitato a Kuala Lumpur, i policymaker americani iniziarono a mettere
in dubbio la ragion d’essere del summit, riferendosi ad esso come ad una
“scatola nera”: “Nessuno sa cosa sia l’EAS tranne i leader che vi si riuniranno”,
affermò il vice-assistente del Segretario di stato americano Eric John durante
un’udienza al Congresso lo scorso ottobre24. Ciò, a dire il vero, suonò molto
diversamente dalla precedente retorica del Pentagono e del Dipartimento
di stato americano, che consideravano inaccettabile il mancato invito degli
USA all’EAS in vista degli stretti legami non solo economici tra l’America e
molte nazioni asiatiche.
L’esclusione degli USA dal summit, in ogni caso, era in un certo senso
“auto-inflitta” e non necessariamente soltanto il frutto di una pressione su
scala asiatica da parte di una Cina decisa a tenere gli americani fuori dall’EAS.
L’ossessione statunitense per la “lotta al terrorismo” non è certo una priorità
per le economie in via di sviluppo dell’ASEAN. E mentre nel recente passato
l’America ha cercato di mettere la lotta contro il terrorismo internazionale in
cima all’ordine del giorno di quasi tutti i forum a cui ha partecipato (incluso
l’APEC, il quale dovrebbe essere focalizzato principalmente su questioni
economiche), la Cina, al contrario, sta offrendo all’Asia sudorientale assistenza
economico-finanziaria e accordi di libero scambio, sapendo che ciò è ben
più apprezzato delle richieste di dare la caccia a gruppi terroristici con
l’assistenza militare americana. Oltre a ciò, gli sforzi diplomatici compiuti
della Cina nel corso degli ultimi due anni per presentare la propria ascesa
economica come “pacifica”, nonostante il latente sospetto nei suoi confronti,
ha convinto molti paesi dell’Asia sudorientale che una Cina in rapida crescita
economica è vantaggiosa per le crescenti relazioni economiche e politiche
con Pechino.
10. E ora?
Se si condivide il ragionamento (di stampo prettamente occidentale) in base
al quale la democrazia e sistemi politici democratici da un lato, e la volontà
di condividere la sovranità dall’altro, sono due dei fondamentali prerequisiti
per un’integrazione politica significativa, allora l’EAS ha ancora molta
strada davanti a sé. In termini pratici e meno idealistici, la diversità interna
all’Asia in termini di sviluppo economico, prosperità e prodotto pro capite
continuerà – con o senza l’EAS – a rappresentare un ostacolo ad un ulteriore
approfondimento dell’integrazione regionale, e specialmente dell’integrazione
politica. In particolare, l’enorme differenza all’interno dell’Asia tra i prodotti
pro capite dei vari paesi – quelli di Giappone e Singapore, ad esempio,
sono superiori ai trentamila dollari l’anno, mentre quelli di Cambogia e
Laos non superano i cinquecento – assicurerà che il grado di interesse per
l’integrazione politica (a differenza di quello per l’integrazione economica,
i cui benefici sono misurabili e più netti) rimanga bassa tra i paesi asiatici
in via di sviluppo25 .
Tuttavia, la conclusione, tratta dal giornalista del New York Times Philip
Bowring, che il risultato dell’EAS sia “un monito dell’importanza degli Stati
Uniti per l’Asia e che la prosperità dovrà continuare ad essere guidata
da politiche pragmatiche e orientate al commercio che mettono da parte
questioni storiche ed etniche” è una conclusione imbarazzante, visto che
Washington negli ultimi cinque anni è stato tutto tranne che sprezzante
quanto a politiche multilaterali in Asia26. Gli USA rimarranno comunque un
partner d’affari cruciale per molti paesi asiatici, il che non significa, però,
che un’integrazione regionale significativa debba necessariamente fallire se
gli americani non si siedono al tavolo delle trattative.
Ciò di cui il prossimo EAS ha bisogno è un ordine del giorno con un
numero limitato di argomenti sui quali i sedici (o diciassette, nel caso lo status
della Russia passi da “osservatore” a “partecipante” verso la fine dell’anno)
possano lavorare fino al prossimo incontro. Diversamente l’EAS che si terrà
nelle Filippine a dicembre, come ha osservato un analista, potrebbe affondare
come un altro “non evento” nella breve storia dell’integrazione in Asia.
In Asia orientale, in fin dei conti, dialogare e non parlare l’uno dell’altro
rimane, in ogni caso, un passo avanti.
(traduzione italiana dall’inglese di Giorgio Strafella)
MONDO CINESE N. 127, APRILE-GIUGNO 2006
