1. Premessa
Il 27 settembre Liu Qi, il presidente del Comitato olimpico di Pechino
2008 (BOCOG), ha dichiarato che la Cina terrà fede agli impegni
in materia di libertà di stampa assunti con il Comitato olimpico
internazionale durante la corsa per l’assegnazione dei Giochi del 2008. Lo
ha detto di fronte ai giornalisti e ai responsabili dei media di tutto il mondo
giunti a Pechino per avviare i contatti con le autorità olimpiche cinesi, e
il quotidiano governativo China Daily lo ha riportato puntualmente1.
Soltanto due settimane prima, però, aveva provocato reazioni
furibonde sulla stampa internazionale la pubblicazione di un nuovo
regolamento del Consiglio di Stato intitolato “Misure per la gestione
della pubblicazione di notizie e informazioni da parte delle agenzie
di stampa straniere in Cina”2.
Le nuove norme prevedono che nessuna agenzia di stampa straniera
possa trasmettere direttamente notizie e informazioni ai media cinesi3.
L’unica autorizzata a riceverle è da allora l’agenzia di stampa governativa
Xinhua o “agenti da essa autorizzati”. All’agenzia Xinhua spetta la
valutazione del materiale sottoposto e solo in seguito la sua eventuale
diffusione: se le notizie e informazioni trasmesse sono ritenute
pericolose per «l’unità nazionale, l’integrità territoriale e la sovranità
della Cina», potranno essere «cancellate»4 .
Le agenzie di stampa straniere sono inoltre chiamate a consegnare
all’agenzia Xinhua un rapporto annuale sulla propria attività di
pubblicazione di informazioni. All’agenzia governativa è attribuito il
potere di esaminare i singoli casi e di avviare ispezioni sulla base dei
rapporti ricevuti. Solo le società che superano indenni questi controlli
possono continuare la propria attività5 .
2. Monopolio informativo e monopolio editoriale
Il provvedimento è stato denunciato dai giornalisti stranieri per due
motivi. Da una parte perché, assegnando all’agenzia Xinhua il monopolio
dell’informazione, si tagliano fuori dal promettente mercato editoriale
cinese le imprese straniere, contravvenendo così ai principi accettati con
l’adesione alla WTO6 ; dall’altra perché, con l’avvicinarsi di Pechino 2008, “la
mossa sembra essere stata pensata apposta per assicurarsi il controllo totale
sulla diffusione delle informazioni provenienti dai media stranieri”7 .
La presenza di 20mila giornalisti da tutto il mondo, questo il numero di
reporter attesi per i Giochi, rischierebbe in effetti di mettere a dura prova
l’apparato di controllo che vigila sui mezzi di informazione cinesi.
Secondo il direttore esecutivo di Human Rights in Cina, Sharon Horn,
“la volontà di Pechino di utilizzare una mano così pesante per controllare
le notizie a livello domestico rende improbabile che ai giornalisti stranieri
venga invece permesso di lavorare liberamente durante le Olimpiadi del
2008”. Le misure dovrebbero quindi far squillare “un campanello d’allarme
per la comunità internazionale, avvisando che quelle che si profilano
all’orizzonte sono Olimpiadi blindate e controllate dallo stato”8 .
Mentre il premier Wen Jiabao rispondeva alle accuse dall’Europa, dove
era in viaggio9 , a Pechino un portavoce del Ministro degli Esteri, Qin
Gang, dichiarava, chiamando in causa la preziosissima (per gli occidentali)
proprietà intellettuale, che “il regolamento nasce per standardizzare la
diffusione delle notizie e per proteggere i diritti di proprietà intellettuale
delle agenzie di stampa straniere […]. La pubblicazione di questo
regolamento dimostra che ci ispiriamo al principio di legalità […]. La
Cina è un paese governato dalla legge. Non c’è nessuna libertà assoluta,
in nessun paese”10.
Il fatto che il nuovo regolamento si estenda anche a Hong Kong (e
a Macao e Taiwan) rappresenta però secondo gli osservatori stranieri
una “ulteriore restrizione della libertà di operare sul mercato”11 . Sarebbe
anche un primo passo per mettere le mani sulla stampa dell’ex territorio
britannico, rimasta finora relativamente svincolata dal controllo della
censura cinese12.
3. Corrispondenti stranieri e autorità: due anni di “incidenti”
Risale invece ai primi giorni di agosto 2006 la pubblicazione di
una indagine sulle aggressioni e le violenze subite dai corrispondenti
stranieri e dai loro collaboratori cinesi da parte delle autorità locali
realizzata dal Foreign Correspondents Club China di Pechino (FCCC)13 .
La ricerca raccoglie i casi denunciati dai giornalisti internazionali a
partire - significativamente - dal 2004, l’anno in cui la torcia olimpica
è arrivata in Cina14.
Da quel momento fino alla scorsa estate, sarebbero stati almeno 72
gli “incidenti” denunciati, avvenuti ai danni di reporter di 15 paesi. In
38 casi (per un totale di 85 persone coinvolte) i giornalisti sono stati
detenuti dalla polizia, principalmente mentre erano impegnati a seguire
vicende riguardanti questioni sociali come le proteste ambientaliste, le
dispute legate alla terra e le condizioni dei malati di AIDS. In 10 casi
i reporter e le loro fonti sono stati aggrediti fisicamente, con pugni,
bastonate e perquisizioni. In almeno 21 occasioni, inoltre, appunti e
immagini sono stati distrutti15.
Nel comunicato che accompagnava la ricerca, la presidente del club,
Melinda Liu, denunciava che “i controlli della Cina sui media cinesi non
rispettano gli impegni presi con il Comitato olimpico internazionale per
garantire la libertà di stampa e sono un affronto allo spirito olimpico.
Chiediamo che la Cina faccia propri quei metodi di libertà di stampa
che sono richiesti ad ogni paese che ospita i Giochi”16.
Secondo Liu, il governo cinese dovrebbe rimuovere immediatamente
e permanentemente quelle regole che rendono offensivo, da parte dei
reporter stranieri, seguire avvenimenti socialmente sensibili, oltre alle
norme che richiedono che i giornalisti ottengano un permesso ogni
volta che intendono compiere un viaggio di lavoro in città diverse
da quella in cui sono accreditati. Queste regole, infatti, sarebbero
quelle che permettono di legittimare gli arresti dei corrispondenti e le
aggressioni ai danni delle loro fonti e dei loro collaboratori17.
Pochi giorni dopo la pubblicazione della ricerca compilata dal
FCCC, veniva annunciata la condanna a tre anni di reclusione per
truffa nei confronti di Zhao Yan, ricercatore del New York Times che
era stato scagionato dall’accusa di aver rivelato segreti di Stato18. Fino a
questa estate di lui non si era più saputo nulla, nonostante le continue
richieste di liberazione avanzate dalla testata americana. La causa del
suo arresto sarebbe in realtà legata alla pubblicazione, nell’estate 2004,
di un articolo in cui si annunciavano le dimissioni di Jiang Zemin dal
ruolo di presidente della Commissione militare centrale (attese da tutti,
ma non confermate fino all’ultimo minuto).
Come Zhao Yan, è stato condannato al carcere, dopo un processo
a porte chiuse e 18 mesi di reclusione, anche Ching Cheong,
corrispondente dello Straits Times di Singapore, accusato di spiare la
Cina per conto di Taiwan19.
4. Il caso della Gazzetta dello Sport
Un breve arresto e un interrogatorio, la scorsa estate, sono toccati
anche a un giornalista italiano, il corrispondente della Gazzetta dello
Sport a Pechino, Francesco Liello. “Tutto è cominciato il 23 agosto,
quando l’agenzia Xinhua pubblicò una conferenza stampa tenuta
dall’Amministrazione per lo sport cinese in cui si annunciava che la
stessa Amministrazione, insieme con l’agenzia anti-doping del Comitato
olimpico cinese, aveva investigato su una scuola dello sport di Anshan,
nella provincia del Liaoning, e aveva scoperto che era stata coinvolta
in un caso di doping collettivo”, ricorda Liello20.
La notizia sembrava interessante anche perché un caso di doping
collettivo era già accaduto, pochi anni fa, in un’altra scuola della
stessa provincia, a Shenyang. “In più, l’allenatore Ma Junren e i suoi
formidabili corridori noti come ‘l’esercito di Ma’ – tutti nomi coinvolti
in controversie legate al doping – provengono da quella zona”.
Quando arriva ad Anshan, Liello cerca di incontrare il preside della
scuola. “Nessuno sembra conoscerlo, né avere voglia di darmi alcuna
informazione sulla vicenda del doping. Parlo con il cuoco, che mi
dice che nessuno si è fatto vedere in istituto da giorni. Noto che la
pista è completamente vuota. Una ragazza di 17 anni, sollevatrice di
pesi, mi dice che la scorsa settimana lì era pieno di ragazzi. Quando
comincio a scattare foto della pista vuota, tre persone si avvicinano:
uno è il preside che stavo cercando”.
Il tentativo di intervistarlo naufraga immediatamente: “L’unica
risposta che ottengo è che non ho l’autorizzazione per essere lì e per
indagare, visto che non ho prima fatto domanda al governo provinciale.
Mi chiedono di cancellare le foto che ho scattato, minacciandomi di
chiamare la polizia. Le cancello, pensando che poi me ne sarei potuto
andare. Invece mi dicono che devo attendere la polizia perché ho
infranto la legge”. Quando arrivano gli agenti Liello viene arrestato
e trattenuto per tre ore, con l’accusa di aver violato la legge perché
partito da Pechino senza aver richiesto il permesso di spostarsi.
“La cosa più strana è che anche un giornalista cinese si trovava lì,
ma non gli è successo nulla perché, mi hanno detto, ‘i giornalisti cinesi
possono muoversi liberamente per il paese’. Mi hanno anche spiegato che
‘se non avessi detto che sono un giornalista e mi fossi comportato come
un turista’ non mi avrebbero arrestato. Questo vuol dire solo una cosa:
non volevano permettere a un giornalista di lavorare normalmente”.
Dopo l’interrogatorio, conclude Liello, “mi hanno detto che sono un
criminale, mi hanno chiesto di ammettere che avevo infranto la legge e
di firmare una dichiarazione su questo, poi di lasciare le mie impronte
digitali, come fossi un comune criminale. Alla fine, il comandante mi
ha detto: ‘Sei stato bravo perché hai collaborato e hai cancellato le
foto senza darci troppi problemi e per questo non ti puniremo. Ma
devi lasciare la città adesso e tornare da dove sei venuto’. Un’auto
della polizia mi ha scortato fuori dalla città”21.
5. La “gestione delle emergenze”
Ad aggiungersi alla lista delle notizie che hanno scatenato le
proteste dei giornalisti stranieri (e cinesi) c’è infine il progetto di
legge sulla “gestione delle emergenze” sottoposto lo scorso 24 giugno
all’approvazione del Comitato permanente dell’Assemblea nazionale
del popolo22.
Il provvedimento (sul cui percorso legislativo non si hanno notizie)
vieterebbe ai media cinesi e stranieri (e dunque anche a quelli di
Hong Kong) di diffondere notizie riguardanti emergenze come
catastrofi naturali, crisi legate alla salute pubblica o incidenti in ambito
industriale, qualora queste non siano state confermate e approvate
dalle autorità locali. La pena per i media che pubblicassero notizie
non autorizzate andrebbe dai 5mila ai 10mila euro23.
Secondo Reporters sans frontières, la misura segnerebbe un passo
indietro rispetto alla relativa apertura registrata all’indomani dello
scandalo Sars nel 2003, quando i leader cinesi furono accusati di aver
favorito il diffondersi della malattia per aver impedito la pubblicazione
di notizie sui primi casi di sindrome24.
6. La strumentalizzazione delle Olimpiadi
Per i giornalisti stranieri in Cina, sopraffatti dal susseguirsi di segnali
contraddittori in materia di controllo dei media, i Giochi - e i principi
olimpici a cui la Cina dovrebbe ispirarsi - rappresentano un argomento
molto efficace a cui appellarsi per scatenare lo sdegno internazionale e
chiedere a gran voce la garanzia di una maggiore libertà di stampa
Per gli studiosi di media cinesi, altrettanto bisognosi di una bussola
per riordinare e dare un senso alla confusione di leggi e dichiarazioni
provenienti dalla leadership, Pechino 2008 appare invece come un
rassicurante punto fermo, pronto per essere messo sotto la lente e
analizzato. Nel bene o nel male, infatti, le Olimpiadi rappresenteranno
uno dei nodi cruciali nel percorso della meiti gaige, la riforma dei
media, avviata da Deng Xiaoping per alleggerire lo stato da un pesante
onere economico e per rimediare al calo di credibilità della stampa
cinese registrato negli anni della rivoluzione culturale25. Il cammino
della riforma dei media, di cui ricorrerà il trentesimo anniversario
proprio nel 2008, non è stato finora né lineare né a senso unico, segnato
da passi avanti e retromarce che non permettono di fare previsioni
certe sul suo futuro. Le Olimpiadi, almeno, potranno essere interpretate
come un banco di prova delle reali intenzioni della leadership in
materia di libertà di stampa.
Anche i cinesi però sarebbero pronti a strumentalizzare le Olimpiadi,
e non soltanto ad uso e consumo interno (per aggregare il consenso).
Secondo la presidente del FCCC Melinda Liu, “gli ostacoli al nostro
lavoro resteranno in vigore fino al 2008 e saranno sospesi solo per
un paio di mesi prima delle Olimpiadi, in modo da poter lasciare che
i giornalisti che si precipiteranno in Cina per l’occasione possano
lavorare in un finto clima di libertà, di nuovo a fini propagandistici”26.
I leader sanno infatti che della massa di reporter prevista in Cina per
l’estate del 2008 soltanto una sparuta minoranza sarà composta da
professionisti che conoscono il paese e vi hanno vissuto per lungo
tempo: per lo più, al contrario, si tratterà di giornalisti mordi e fuggi,
catapultati nella Repubblica popolare senza alcuna conoscenza
approfondita del paese. Per guadagnarsi buona pubblicità in tutto il
mondo, alla Cina basterà dunque creare un’impressione di grande
libertà per il breve periodo dei Giochi.
Il modo in cui verranno trattati i giornalisti cinesi e stranieri durante
le Olimpiadi e il tipo di notizie che saranno autorizzate sui media
nazionali potrà dare dunque importanti indicazioni sulla direzione
che la quarta generazione di leader ha deciso di intraprendere in
materia di libertà di stampa27 e, più in generale, sugli obiettivi che
la dirigenza intende dare alla riforma dei media. Ma sarà soprattutto
dopo l’indigestione olimpica, a riflettori spenti, che si potrà giudicare
se le speranze di maggiore apertura e trasparenza nutrite da alcuni
osservatori all’indomani del XVI Congresso del Partito comunista28
sono state, come si teme, disattese.
MONDO CINESE N. 129, OTTOBRE-DICEMBRE 2006
